Sicilia, difendi l'autonomia | O rischi l'autogol

Sicilia, difendi l’autonomia | O rischi l’autogol

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    Dario Immordino, la sua analisi si apre correttamente ma si conclude in modo molto semplicistico. L’involuzione dell’autonomia è conseguenza dell’erosione del titolo V dello Statuto a opera dei governi italiani. Titolo V che in ogni caso è rimasto completamente inattuato nei due articoli (37 e 38) che potrebbero realmente fare la differenza per le sorti dell’isola. Sottrazione di risorse da parte dello Stato italiano che lei stesso riconosce in alcuni passaggi del suo articolo.
    Stante la perdurante aggressione da parte dei governi centrali all’autonomia finanziaria della Regione -aggravatasi negli ultimi anni- non le sembra troppo semplice la chiusura della sua riflessione? Quei due capoversi finali in cui lei giustamente indica i doveri dello Stato verso le rivendicazioni della Regione Siciliana descrivono uno scenario che è tutt’altro che ineluttabile come apparirebbe dalla sua narrazione. 70 e rotti anni di autonomia violata ce lo testimoniano. Per realizzare quanto lei scrive occorre una battaglia politica di tale portata da potersi paragonare a quella del 1946.

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Trovo sempre conforto e verifica nelle parole di don Corrado Lorefice, con il suo lavoro ha ridato a Palermo l’orgoglio di capoluogo. E’un esempio per tutti. Anche Palermo, sembra, si cominci a muovere seguendo il suo esempio. E dura. Ma non impossibile. E’, in ogni caso, non abbiamo alternative credibili al dominio dei nostri politicanti corrotti fino al midollo.

Con il dovuto rispetto, solidarietà al “minimo sindacale” nelle parole di monsignor Antonino Raspante. Vuol dire che così vanno le così fra i vescovi di Sicilia. Mentre in Calabria... “Noi vescovi di Calabria non possiamo tacere. Lo diciamo con il dolore di pastori, con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Chiediamo che le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato restituito dal mare e per accertare le responsabilità. Meno arrivi, più morti. Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore. Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio”.

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