La storia del Capitano (che andrà via)

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Il protagonista
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1 min di lettura

Fabrizio Miccoli, a fine stagione, andrà via da Palermo. Speriamo di sbagliarci. Tuttavia le nostre antenne captano segnali di lontananza sulla frequenza dell’amore. Il Capitano ama Palermo. Il problema è l’apertura di un solco profondo con Zamparini e con l’ambiente. Come si sia giunti a questo è storia nota, svelata in parte dalla “gola profonda” Serse Cosmi. E in parte intuita da segnali evidenti o in chiaroscuro.

Fabrizio Miccoli è un vecchio campione. E l’aggettivo non si riferisce né alla canizie, né all’inabilità presunta, smentita da colpi fantastici. Vecchio perché ha più strada dietro di quanta ne abbia davanti. I campioni, alla prima luce del tramonto, reagiscono come i gatti di casa. Si raggomitolano in uno spleen da cui bisogna risollevarli con carezze e croccantini. Ecco, Fabrizio si aspettava coccole. Ritiene di avere ricevuto un calcio negli stinchi, invece. Così sta preparando la valigia.

I campioni vivono una dolorosa contraddizione.  I garretti invecchiano, il cuore resta bambino. La vera forza della classe è la presenza di un cuore bambino che la sorregge. Fabrizio Miccoli sente ancora l’odore dell’erba come gli capitava a quindici anni. Ha conservato negli occhi lo stupore reverenziale al cospetto del pallone. In ciò è molto maradoniano. Diego Armando, per il Capitano, è profeta, stella polare e maestro. Un giorno, chiesi a Fabrizio: perché hai Che Guevara tatuato? Avrebbe potuto lanciare proclami. Rispose con candore: per imitare Diego.

Tanta innocenza ha continuamente bisogno di protezione. E’ il confine dei grandi come Miccoli. Devono sentirsi amati. Qualcosa, purtroppo,  si è rotto. E sapete quando? E’ accaduto col Lecce, con la famosa storia del gol e della crisi di pianto che tutti conosciamo. Fabrizio mostrò il suo animo nudo, ebbe il coraggio di confessarsi. E fu crocifisso da critiche stupide e ingenerose. Sono sgarbi che i gatti, i bambini e i campioni non perdonano mai. Hanno ragione.

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