PALERMO – La trattativa, la politica, il tesoro di don Vito, gli amici. È un Massimo Ciancimino che si muove a tutto campo quello che accetta di farsi intervistare per il mensile S, in edicola. Innanzitutto, rispedisce al mittente ogni accusa di “inattendibilità”. Lo fa citando, per primo, il processo sulla trattativa Stato-mafia nel quale è imputato: “La trattativa? Ho detto che è iniziata prima della strage di via D’Amelio prima di tutti, il 29 gennaio 2008. Gaspare Spatuzza è stato folgorato sulla via del Signore solo dopo”. Lo stesso Spatuzza, pentito del clan di Brancaccio, che sarebbe stato “mosso” per dare una versione diversa” dalla sua sulle responsabilità istituzionali nel presunto e scellerato patto con i boss. Mosso da chi? “Da chi ha consentito che per 17 anni 7 innocenti rimanessero in carcere accusati della strage di via D’Amelio”.
Ciancimino jr parla della caccia al tesoro del padre che lui è accusato di avere riciclato (“Il tesoro sono i soldi che hanno speso per non trovarlo. Il tesoro non esiste”), delle candidature di Pietro Grasso e Antonio Ingroia, di Silvio Berlusconi (“Non è mafioso, era ricattato”), dell’uomo che lo tiene “sotto osservazione”. Ed ancora dei ricordi “rateizzati” di Luciano Violante, della tristezza provocatagli da alcune dichiarazioni di Beppe Lumia e delle telefonate, da lui sapute in anticipo, del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, con Nicola Mancino che hanno provocato uno scontro istituzionale senza precedenti fra il Colle e la procura di Palermo. Ciancimino jr spiega che “in Sicilia l’omertà tranquillizza. Rende eroi e liberi. Il figlio del grande politico associato alla criminalità che risponde alle domande. Ecco cosa imbarazza”. Infine, un rammarico personale per quei tanti “troppi amici che mi voltano le spalle per non salutarmi”.

