PALERMO – Nel caos del post referendum, il Pd siciliano dovrà faticare per incollare i cocci. Magari partendo da un curioso dato relativo ai risultati della consultazione in Sicilia. Perché se è vero che nell’Isola Matteo Renzi è stato travolto da una valanga di No, con le percentuali peggiori d’Italia dopo la Sardegna, è anche vero che il dato disaggregato per provincia rivela qualche sorpresa. Una, forse la più emblematica: delle tre province siciliane in cui il Sì è andato (un po’) meglio, ben due sono quelle in cui il Partito democratico è commissariato da tempo, praticamente senza guida e senza organismi. Insomma, senza l’apparato del Pd siciliano Renzi ha fatto meglio.
In Sicilia il Sì ha totalizzato la miseria del 28,4 per cento, abbondantemente più che doppiato dal 72,6 del No. A Enna, però, le percentuali sono state leggermente diverse, in favore della riforma di Renzi. Nella provincia di Mirello Crisafulli, infatti, dove il Pd dilaniato da faide interne è da un pezzo commissariato, il Sì ha totalizzato il 32,65, quattro punti sopra la media regionale. E sopra la media siciliana è anche il risultato del Sì a Messina, 30,45 per cento, terza migliore performance dopo Enna e Ragusa (31,74). E dire che a Messina il Pd è alla deriva da quel dì, da quando cioè le vicende giudiziarie hanno travolto il gruppo di Francantonio Genovese, dominus del partito e signore delle preferenze sullo Stretto, poi transitato in Forza Italia. Anche qui partito commissariato e per lo più evanescente. Anche qui un risultato sopra la media.
Coincidenze? È interessante a questo punto andare a vedere le performance peggiori del Sì. Al penultimo posto c’è Palermo, dove Renzi è stato travolto da un 72,5 per cento di no, a casa del suo luogotenente siciliano Davide Faraone, il più esposto nella campagna referendaria, che l’altroieri ha pronunciato il suo mea culpa. Deputati regionali di peso, assessori, sindaci in provincia, truppe di sottogoverno: tutto vano, il Pd nel capoluogo e dintorni sposta poco o nulla, quando mancano pochi mesi alle amministrative e di un candidato per Palazzo delle Aquile non c’è nemmeno l’ombra.
Ma ancora peggio è andata a Catania. Qui il Sì ha ottenuto un tragico 25,44 per cento, il dato peggiore in tutta Italia. Un primato che matura lì dove il Pd guida il comune capoluogo e la città metropolitana con Enzo Bianco, nella provincia che è quella del segretario regionale Fausto Raciti, e dove i renziani negli ultimi anni si sono rafforzati con gli ingressi del duo Luca Sammartino-Valeria Sudano, non senza tensioni interne al partito. Nemmeno le visite del premier e i “patti” milionari piovuti negli ultimi mesi non hanno sortito effetti da un punto di vista elettorale.
Insomma, l’apparato dem sembra respingere piuttosto che attirare elettorato. E alla luce dei risultati di quattro anni di governi Crocetta forse non c’è nemmeno tanto da stupirsi. Perchè se da una parte il governo nazionale è sembrato ricordarsi tardivamente del Sud (che lo ha punito), in Sicilia il Pd sconta l’aggravante aggiuntiva dei tanti inciampi nel cammino del governatore, che s’è subito sfilato dalla batosta referendaria, a modo suo.
Il gruppo parlamentare del Pd siciliano ha rimandato di una settimana l’analisi del voto. La riunione in programma per l’altroieri è slittata a martedì prossimo, aspettando la direzione in cui ieri Matteo Renzi ha analizzato i risultati del referendum. Intanto, mentre la sinistra interna scalcia ringalluzzita dal 4 dicembre, cespugli e cespuglietti pararenziani restano non pervenuti. Ma il Pd siciliano può aspettare. Un punto non si farà prima del 13 dicembre, quando è stato riconvocato il gruppo. Per una Santa Lucia potenzialmente assai indigesta.

