L'allarme di Borsellino, ma i Messina Denaro erano "perbene" - Live Sicilia

L’allarme di Borsellino, ma i Messina Denaro erano “perbene”

La storia riporta alla luce un caso datato 1990

Con il senno di poi, vista la recente cronaca, leggere l’atto giudiziario datato 1990 fa un certo effetto.

La sezione Misure di prevenzione del tribunale di Trapani respinse la richiesta di applicare la sorveglianza speciale a don Ciccio Messina Denaro, il padre di Matteo. A firmare quella richiesta era stato l’allora procuratore di Marsala, Paolo Borsellino. I giudici le pensavano in maniera opposta.

Don Ciccio non era pericoloso, né lui, né i suo familiari. Eppure già nel 1982 Francesco Messina Denaro era diventato il capomafia della provincia di Trapani. La sua nomina avvenne in una riunione a Salemi in un locale messo a disposizione dai cugini Nino e Ignazio Salvo.

Due anni dopo il no del Tribunale don Ciccio si diede alla latitanza. E in latitanza morì. Il suo corpo fu trovato il 30 novembre del 1998 per strada dopo una chiamata anonima alla polizia. Era vestito per il funerale.

Agli atti del 1990, così annotava il collegio, c’era solo il decreto del 1963 con il quale a don Ciccio era stato imposto l’obbligo di soggiorno per tre anni, commutato un anno dopo dalla Corte di appello di Palermo in sorveglianza speciale.

Da allora “nessun nuovo elemento significativamente rilevante è stato portato alle valutazioni di questo tribunale in sede di proposta rispetto a tale procedimento a carico del Denaro risalente ad oltre 25 anni addietro e che in particolare non risulta a carico del proposto dal 1964 ad oggi alcun precedente penale e l’unico procedimento pendente dal 1986 concerne imputazioni non significative ai fini di un nuovo giudizio di pericolosità qualificata (Violazioni delle norme sulle frodi nella preparazione nel commercio di mosti e violazione delle norme a tutela dell’ordine pubblico)”.

Scorrendo il contenuto della motivazione del Tribunale si legge ancora “che inoltre le notizie relative agli asseriti rapporti del proposto con appartenenti a consorterie mafiose si sono rivelati per alcuni versi e stando agli elementi di fatto forniti ‘incontrollabili’ (non vi è alcun elemento agli atti che indichi Caramella Giuseppe Paolo, Guarrasi Vito e Furnari Saverio quali affiliati a clan mafiosi) e non certamente all’origine della presunta pericolosità qualificata”.

Nel provvedimento si parlava anche dei parenti. In particolare “la figlia Rosalia ha contratto matrimonio con Guttadauro Filippo sulla cui trasparente personalità non si solleva alcun ombra di dubbio se non purtroppo che è fratello di tale Guttadauro Giuseppe diffidato e sorvegliato speciale”. Alcuni decenni dopo Filippo Guttadauro sarebbe stato arrestato per mafia, era il postino di Bernardo Provenzano. E per mafia è finita in carcere anche la moglie Rosalia.

Il collegio ricostruiva gli affari dei Messina Denaro: “Peraltro non può di certo riconoscersi nella costituzione della azienda operante nel settore della concentrazione del mosto ritenuto da impiegare sulle vinificazione assieme ad alcuni dei soggetti su menzionati, alcuni dei quali per di più tecnici della materia, un sintomo rivelatore della partecipazione ad un gruppo mafioso svolgendo la stessa una attività di fiancheggiamento o di agevolazione, che più precisamente la supposizione di tale partecipazione a consorteria di stampo mafioso non può riconoscersi dall’accertata perpetuazione di una serie di illeciti finali di cui i componenti la menzionata azienda si sono resi autori”.

Ancora più tranciante il passaggio successivo: “Considerato che alla luce della documentazione agli atti acquisita appare infondata la notizia relativa all’improvviso arricchimento in breve volgere di tempo del proposto che infatti le conclamate attività illecite con cui il proposto si sarebbe procurato i vari beni immobili di cui è attualmente proprietario non si fondano su alcun elemento concretamente apprezzabile rimanendo nel campo delle mere congetture; che di contro i documenti acquisiti e quelli prodotti dal proposto sono idonei a provare la provenienza lecita del patrimonio immobiliare di cui lo stesso risulta essere il frutto di assidua lunga e operosa attività lavorativa; che più particolarmente il proposto dal 1964 al 1984 ha ha effettuato una serie di piccoli ed oculati investimenti articolati sia attraverso l’acquisto di immobili quasi fatiscenti rimessi a nuovo anche tramite la cessione di beni avuti in eredità dei propri genitori”.

L’unica operazione che aveva accesso una spia di alert era quello che aveva richiesto “l’impiego di una consistente somma di denaro per l’acquisto di un fondo facente parte della proprietà fondiaria dei D’Alì (don Ciccio era il campiere della famiglia dell’ex senatore Antonio D’Alì, condannato per mafia)”. Il debito, però, “risulta onorato con un mutuo contratto presso la banca di Sicilia e di cui il Messina Denaro e la moglie risultano ancora gravati”.

Insomma Francesco Messina Denaro era un onesto, o quasi, lavoratore con qualche peccatuccio risalente nel tempo: “Messina Denaro, oltre alle certificazioni reddituali per il lavoro dipendente, ha documentato anche altre entrate tra cui i proventi annuali e la produzione di commercio di olio e di uva, la partecipazione societaria a società vinicola, una pensione a carico dell’Inps”. Una “discreta potenzialità economica”, ma niente di illecito.

Era il 1990. Due anni dopo per volere del padre Matteo Messina Denaro cercò di ammazzare il commissario Rino Germanà, che aveva osato perquisire la loro casa. Germanà, e lo aveva scritto in un rapporto quattro anni prima, era certo che Francesco Messina Denaro fosse il capomafia della provincia di Trapani e che il figlio fosse la sua spalla. La latitanza di don Ciccio e la partecipazione del figlio Matteo alle stragi di mafia sarebbero arrivate da lì a poco.


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