CATANIA – Un asse “mafioso” tra Catania e Palermo. La relazione semestrale della Dia al Parlamento riapre “agghiaccianti” segnali di un possibile partenariato criminale tra Sicilia Orientale e Occidentale. Un’alleanza che sarebbe ancora da “cementificare”: le ipotesi investigative parlano di “contatti” e “fughe in avanti” per accreditarsi nei più importanti mandamenti palermitani. Non stupiscono i legami tra i due fronti criminali, Cosa nostra catanese ha sempre avuto un “posto di rilievo” tra i vertici della piramide della mafia siciliana. Per un’analisi lucida dell’attuale fotografia scattata dalla Direzione Investigativa Antimafia si deve partire dallo studio di quello che è emerso e trapela dalle inchieste e dai processi.
Sono due i clan catanesi che “storicamente” hanno un posto “garantito” alla corte della cupola palermitana. Nitto Santapaola e Santo Mazzei sono i nomi che rappresentano il legame “criminale” che unisce le due città siciliane. Un filo che non si sarebbe spezzato: le indagini che partono dal Palazzo di Giustizia di Catania confermano il mantenimento dei contatti tra le cosche palermitane ed etnee, soprattutto da parte della cosca dei “Carcagnusi”. Il capo storico Santo Mazzei, oggi relegato al 41 bis, fu fatto uomo d’onore per volere del boss corleonese Leoluca Bagarella.
Su Benedetto Santapaola e i “vincoli storici” con il quartier generale del crimine siciliano esistono centinaia di faldoni in almeno tre procure siciliane: Catania, Caltanissetta e Palermo. Il padrino catanese aveva firmato con i corleonesi un “cartello” che da una parte gli assicurava il “dominio”, quasi monipolistico, nel capoluogo etneo e dall’altra garantiva una strada agevolata agli “amici” per chiudere affari in terra palermitana. Un diplomatico del crimine Santapaola, lontano dalle strategie sanguinarie e stragiste imposte da Reina contro lo Stato. Anzi. L’attacco alle istituzioni poteva accadere, ma solo lontano dalla terra dell’Etna, dove invece politica, imprenditoria, mafia e massoneria si sono mosse a “braccetto” negli anni in cui dai Palazzi delle Stato si urlava che “a Catania la mafia non esisteva”. Gli anni bui dei Cavalieri del Lavoro, dell’uccisione di Pippo Fava.
Il dialogo tra Catania e Palermo, storicamente, non si basa su una sinergica strategia criminale, ma sullo scambio di “favori” per chiudere alcuni “affari illeciti”. Apertura di imprese in odor di mafia, espansioni “criminali” in altre province, la “segnalazione” dell’amico utile per infiltrazioni in appalti o (addirittura) nelle istituzioni. Un filo di “connivenza” che non si sarebbe mai spezzato.
Qualcosa di “nuovo” e “sospetto” si sarebbe mosso nell’ultimo semestre dello scorso anno. La relazione sulla criminalità organizzata redatta da Dia e Viminale parla di boss che “corteggiano” i vertici della “nuova cupola” della mafia siciliana. Sono in particolare alcune conversazioni in carcere – pubblicate nell’ultimo numero di S – ad aver dato il là a questa ipotesi investigativa della Dia. Dialoghi dietro le sbarre della galera dove si fa cenno ai Laudani e ai Cappello, ma si ribadisce che sono i Santapaola gli “interlocutori” privilegiati con Palermo. Brogliacci del 2013 che rappresentano solo un input investigativo: la Dia apre l’ipotesi della costituzione di una Commissione interprovinciale con la partecipazione di “mafiosi catanesi”. Su Catania inoltre – si legge nella relazione – si sarebbero aperte delle crepe sulla pax mafiosa sottoscritta dai clan: “Si reggerebbe su basi instabili”. E su questo le antenne della magistratura sono ben alzate. Ma restano, comunque, ipotesi.


