Le verità nascoste - Live Sicilia

Le verità nascoste

Ma chi glielo ha fatto fare? Sindaco Orlando, non ripensa alle strade diverse che avrebbe potuto prendere? Invece ha accettato il peso di Palazzo delle Aquile. Ma cu ciu fici fari? Palermo è in agonia, la Gesip è al collasso. Una sola ricetta amara può salvarci. La verità.

PALERMO – Chissà se il sindaco di Palermo, in questo frangente, rimpiange i giorni in cui era semplicemente Leoluca Orlando. Cioè, un uomo pieno di interessi e di passioni, senza il peso di una immane responsabilità quotidiana. L’imbarazzo della scelta c’era. In una intervista a Livesicilia il Professore confidò che si sarebbe volentieri ritirato in Georgia a scrivere romanzi. Essendo persona colta e con un notevole talento creativo, il mestiere di scrittore a tempo pieno gli sarebbe riuscito a meraviglia. Non bisogna sottovalutare nemmeno la carica di presidente della Federazione italiana di football americano, le entrature internazionali, le simpatie della famiglia Clinton. E invece, tra un aperitivo con Hillary e una partita dei Washington Redskins, Luca ha preferito il ritorno a casa, sulla scomodossima poltrona di Palazzo delle Aquile. E chissà se ci ha ripensato, se ci riflette, se immagina con un lumicino di rimpianto ciò che sarebbe stato, con un cammino diverso. Insomma: “macumuficifari”?

C’è più di un quarto di nobiltà, nella testardaggine di un cittadino illustre che sceglie, fra tanti, il sacrificio di un incarico con molti oneri e pochissimo onore. Va riconosciuto al sinnacollanno, senza ironia, né infingimenti. Però si ha come l’impressione che l’inventore della Primavera sia stato colpito dalla maledizione di Sannino. Per quanto si giri, si ingegni e si industri, la squadra col vessillo cittadino prende invariabilmente gol. Nel caso di Gesip, si tratta di una serie di abbastanza clamorosi autogol. Dal Comune è stata messa in circolo una serie di rassicurazioni di fatto smentite dall’implacabile susseguirsi degli eventi. I soldi non sono mai arrivati. La cassa integrazione è stata spacciata come un prodigio di cui il primo cittadino ha rivendicato il merito, parlando di “enorme risultato”. Ancora una volta, la crudezza delle cose ha, se non rinnegato, appannato l’epica del trionfo orlandiano. La precisazione iniziale da Roma. Il prendere forma di difficoltà e ostacoli che hanno ridimensionato la portata del “miracolo”, dandogli un gusto crescente di beffa. La salvezza degli operai con la pettorina dipende da una concatenazione non facile di situazioni, lontanissima dalla retorica della vittoria finale.

La patata bollente del disastro di una città a pezzi non si doma con formule magiche o inviti alla speranza. Capiamo che il sindaco non sappia bene che pesci pigliare, stretto nell’incudine, tra il rigore economico e lo sfaldamento dell’ordine pubblico. Leoluca Orlando sta impegnando la sua abilità di stratega per barcamenarsi tra due blocchi che rischiano di stritolare tutti. E lo sta facendo con le alchimie della vecchia politica, che ormai non funzionano più. E’ una tattica di comunicazione che consiste nello spostarsi un passo avanti, confidando nella compagnia degli altri, nel “vendere” una merce che non c’è, o che non esiste pienamente o che è differente dalla sua pubblicità. Un piano inclinato pericolosissimo.

Le divagazioni di Palazzo delle Aquile hanno fin qui impedito il mattatoio, hanno preso campo, hanno evitato che vertenze delicatissime, come quella della Gesip, incendiassero il contesto. Tuttavia hanno ottenuto solo una dilazione carica di umori rabbiosi. Noi auspicheremmo il meglio. Vorremmo radere al suolo le asperità e raccontare la pace dichiarata in un tessuto sociale corroso da guerre sotterranee e intestine. Alla nostra coscienza di cronisti non pare, purtroppo, che il panorama sia tendente al roseo. Noi vediamo l’agonia di Palermo e di un sindaco che ondeggia. Noi cogliamo la cattiveria della clessidra che sgretola la fiducia, goccia a goccia. Noi abbiamo paura di essere palermitani.

In un momento del genere, esiste una speciale responsabilità dei giornalisti, nella loro veste di cittadini e di operatori dell’informazione, mediatori di ciò che giunge sulla piazza e orienta la reazione della gente. E’ un dovere che sentiamo in profondità. Perciò ci permettiamo di fornire un consiglio a Leoluca Orlando, sapendo di non essere nelle sue scarpe, ma sapendo pure che le sue scarpe appartengono a tutti. L’unica medicina amara che salverà Palermo si chiama verità, costi quel che costi. Lo ripetiamo. La sapiente gradazione di mezze confessioni, tanto utile nella vecchia politica, quando c’erano soldi da spartire, sarebbe un colpo mortale alla vera speranza. Il Professore abbandoni l’ultima tentazione della demagogia. Oggi non è un buon giorno per i romanzi. Domani, chissà.


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