Toc toc. Dallo spioncino una faccia ombreggiata, preoccupata e baffuta: “Scusi?”. L’esibizione del colore marroncino d’ordinanza del tesserino dei giornalisti smorza la tensione. Due mandate e si apre il portone di ferro che fa tanto Ucciardone. “Sono qui per vedere i lavori del Consiglio”. L’uomo con i baffi soffoca una risata: “Ha che hanno finito… Tardi arriva. Buonasera”. Ancora quel sinistro clangore carcerario. Il portiere di Palazzo delle Aquile torna a riposare. La democrazia qui non si è più risvegliata. Dentro, oltre la statua di Giovanni Meli, oltre le antiche scale, si sarebbe dovuto svolgere il rito consiliare sulla Gesip. Ennesimo flop, come vi abbiamo raccontato. Solito rimpallo di accuse. Il sindaco Cammarata da queste parti non si è visto praticamente mai, per risaputa disistima intercorrente tra lui e i consiglieri. Sguardo d’intorno, dopo la ritirata strategica del guardiano. Camionette assonnate. Poliziotti con i piedi dolenti. Qualche solitario Che Guevara che la smette di gridare, quando si accorge di riflettersi comico nella solitudine della sera.
Dieci racconti di Palermo vi abbiamo promesso. Dieci racconti dei suoi luoghi e delle sue facce. Questo è il primo e conserva la morale finale. La città andrebbe urgentemente liberata da questo Consiglio inutile, improduttivo, immorale. Presi uno ad uno dal mazzo, tra i consiglieri qualche galantuomo si trova. Due citazioni bipartisan di persone perbene, per esperienza diretta: Leopoldo Piampiano per la destra, Angelo Ribaudo per la sinistra, senza scordare Antonella Monastra. E qualche altro c’è. Il battito d’occhio è però desolante. Si ha l’impressone che i rappresentanti del popolo, senza il colpo di fortuna dell’elezione, starebbero dall’altro lato del portone a picchiarci su con le nocche, tra coloro che chiedono vanamente risposte con le pezze al sedere. Il Consiglio comunale di Palermo è un’istituzione squalificata. Dentro ci sono alcuni personaggi che nulla di rilievo hanno commesso nella loro vita. Poi ci sono i capipopolo o i capibastone, mandati sullo scranno da accozzaglie di ex qualcosa. La loro posizione è rischiosa. Coloro che ti votarono ieri, ti cercheranno a casa domani, se non avranno ciò che considerano dovuto. Il Consiglio è paralizzato dai veti incrociati e dalla paura. E’ sotto il ricatto dei moti di piazza, soprattutto sulla questione Gesip. Qui, la dignità imporrebbe uno scatto e un’assunzione di responsabilità. La realtà visibile offre una narrazione diversa.
Non troppe volte chi scrive ha avuto l’occasione di varcare la soglia di Palazzo delle Aquile in occasione di una seduta rovente. E’ bastato. L’impressione che se ne ricava, nella nebbia di urla e contumelie recirpoche, è quella di una messinscena. Formalmente l’un contro l’altro armati. Sostanzialmente contenti di essersi salvati dal destino del popolo che preme al portone. Lieti di essere una casta, sia pure insignificante e senza nessun potere che non sia la sopravvivenza. Al di là delle differenze si coglie una consonanza cameratesca da caserma sotto le volte severe di Sala delle Lapidi.
Ecco perché da qui dovrà partire il primo atto di liberazione della città di Palermo. Mai con le cannonate, con la violenza, o con i lanci di tegole. Con il voto popolare. La prossima volta, mandiamoli tutti a casa e apriamo le finestre a storie diverse. C’è bisogno di aria nuova oltre il portone di ferro che custodisce il cadavere della democrazia.
(segue)

