L'indimenticabile profumo del caffè | a casa di Paolo Borsellino

L’indimenticabile profumo del caffè | a casa di Paolo Borsellino

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Il giorno dopo, Paolo Borsellino ricomincia a morire. LE FOTO

Chissà come era l’odore del caffè a casa Borsellino. Se il giudice lo prendeva amaro, se lo zuccherava, da che lato girava il cucchiaino, se assaporava, accostando le labbra alla tazzina, o ingoiava tutto di un fiato.

Resta appena l’enumerazione delle cose semplici di un uomo – con semplicissime domande – per chi volesse ricordarlo senza sosta nell’ora della sua replicabile morte. Infatti, Paolo Borsellino ricomincia a morire, il giorno dopo, quando il 19 luglio si annacqua in una data qualsiasi, quando la retorica prescritta decide che cali la tela sulla sua esistenza e sulle sue opere, fino al prossimo anniversario. Rimangono, appunto, le cose – le sentinelle di un affetto perenne – a squarciare il buio indifferente che circonda l’ennesima parata in dissolvenza. Ecco il catalogo.

Caffè e sigarette non mancavano mai. Il giorno della strage è stato raccontato così da Manfredi, figlio di Paolo, nel libro ‘Era d’estate: “Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione. Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii”.

Altre istantanee – tra quelle che Manfredi ha generosamente concesso a LiveSicilia -. Altre cose. Altre persone. Un giovane Borsellino che corre in motoretta a petto nudo, ridendo, come se la risata fosse un canto a squarciagola e un esorcismo, la spaghettata con gli amici, la gamba rotta in estate, un filo di sguardi e di tenerezze intrecciati con le figlie, le corna goliardiche al figlio, in attesa dello scatto. Mano mano nella mano con la sua dolcissima Agnese, sempre le sigarette, un occhiolino da birichini che fa capolino da una camionetta dei carabinieri.

E poi c’è Giovanni Paparcuri, collaboratore prezioso a Palazzo di Giustizia, che si è messo in testa di creare un museo di oggetti storici nelle stanze in cui Falcone e Borsellino lavorarono insieme, nel ‘bunkerino’, al piano ammezzato del tribunale. Ecco la borsa del giudice, i suoi computer davanti ai quali è ritratto in una posa scanzonata, i calendari di carabinieri e polizia, le sentenze, i faldoni, una penna d’oro, di nuovo scatoline a protezione di sigari e sigarette. Le frasi celebri, i precetti dedicati ai suoi uomini, mutuati dalla saggezza siciliana: “U nivuru s’un tinci mascaria”… “Ma ci capi… Enza (commento alla targhetta dell’ascensore che denunciava appunto la capienza). L’ultimo mezzo sorriso ad Antonio Vullo, l’autista, un attimo prima di accendersi l’ultima sigaretta in via D’Amelio.

E poi ci sono i luoghi. L’ottavo piano di via Cilea, l’appartamento di famiglia: l’ultima volta che fu aperto a un piccolo e dolente pubblico, c’era la minuta Agnese, nella sua bara, in salotto, sotto l’ala protettiva del marito che – immancabilmente – fumava da un quadro appeso al muro. La breve passeggiata fino all’edicola all’angolo, di sfuggita alla scorta. Le fughe da Paolino il barbiere in via Zandonai, minuti da comune mortale, a respirare l’odore acre e bellissimo del dopobarba. Altre foto dell’album personale. Il guancia a guancia con Fiammetta bambina, il viso compito nel giorno della laurea, lo scatto con amaca e cane, in campagna, la foto con Lucia sotto una cascata.

Un catalogo di fiammelle che non vogliono spegnersi ora che, come accade il giorno dopo delle fiaccole e delle parole al vento, tutto torna a dormire e si fa opacità al seguito dei tuoni della retorica. E i tuoni non sono mancati neanche quest’anno. Ha detto l’ineffabile Rosy Bindi, una che non sempre pratica la nobiltà del silenzio: “Se fosse ancora vivo Borsellino soffrirebbe certamente a vedere le distorsioni di certa antimafia, di alcuni esponenti di movimenti nati sul sangue di magistrati e cittadini e finiti a seguire il fine della carriera e del denaro”. Un fastidioso e istituzionale sventolio un po’ ipocrita, oltretutto. Tanto che verrebbe da chiedere: scusi, onorevole Bindi, visto che è la presidente della commissione antimafia e ha le mani in pasta nella materia perché non prova in prima persona a risolvere i problemi, considerato che ha i mezzi e le risorse per farlo, invece di disturbare i nostri cari martiri?

Ci rivediamo la prossima estate, quando il circo farà il suo ritorno in città, con le agende rosse, le bandiere a lutto e le messe cantate del regime antimafioso. Resta appena l’unica domanda che abbia un senso per il nostro cuore pieno di fosse, in tanto smorzarsi di caciara nel sottofondo: quanto sarà stato forte e indimenticabile l’odore del caffè a casa di Paolo Borsellino?

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