"Lo sputo" e il coraggio di una donna disperata - Live Sicilia

“Lo sputo” e il coraggio di una donna disperata

La storia di Serafina Battaglia, la prima a testimoniare contro la mafia
IL LIBRO
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ll coraggio di una donna disperata, Serafina Battaglia, la prima a testimoniare contro la mafia, in pagine pervase da una ironia sottile seppure amara, dove si susseguono delitti, funerali, lutti, vendette e sangue, ma senza nessuna enfasi o retorica, come un reportage in bianco e nero.

Si intitola “Lo sputo” il libro di Marzia Sabella, edito da Sellerio. Un libro che svela la grande capacità della scrittrice di raccontare una storia di mafia con una originalità che mancava. Un libro davvero ben scritto, con una cura del dettaglio linguistico che raramente si incontra. Sabella, racconta una storia di mafia fuori dagli schemi abituali, lei che la mafia l’ha vista in faccia. Procuratore aggiunto della Procura di Palermo è stata fra i pm che hanno condotto le indagini che portarono alla cattura di Bernardo Provenzano.

«Signora, perché?» chiese, nel 1963, il giudice Cesare Terranova, pioniere delle indagini su Cosa nostra.
Lei era Serafina Battaglia – vestita di nero e col capo avvolto da uno scialle – che, dall’altro lato della scrivania, porgeva al magistrato le fotografie del marito e del figlio, assassinati in poco più di 24 mesi per una faida mafiosa.

Da quel momento, «la vedova della lupara», a Palermo e negli altri tribunali italiani, iniziò a raccontare della maffia di cui ancora molti negavano l’esistenza. Fina la conosceva bene, non solo perché «le femmine di casa sanno. Tutte sanno, anche se tacciono e sopportano», ma in quanto lei stessa aveva aderito all’associazione che ora denunciava.

«La vedova con la P38» volle sovvertire l’ordine costituito poiché «guerra fu la sua, contro la mafia, lo Stato e la Chiesa»; e siccome la pistola da cui non si separava non poteva bastare, la sua arma divenne la macchina della giustizia. E non si accontentò di rivelare nomi, trame e assassinii, ma volle riempire le aule dei processi di gesti teatrali e di sputi temerari, tra disprezzo e derisione, che denudavano i mafiosi dell’aura del potere, offrendo, sin da allora, una prospettiva nuova, «da ricordare però come un’occasione perduta».

Ma donna Serafina non era una testimone o una pentita, né una madre coraggio o una vendicatrice affamata.
Questo romanzo esplora le tante sfaccettature della sua figura. Lo fa, partendo dalle parole che lei pronunciò in un’intervista del 1967 a una coraggiosa trasmissione della RAI che consegna il profilo di una donna modesta ma tradita dalla voce superba e dalla fierezza; una mite sacerdotessa dell’altarino allestito per i suoi defunti e, al contempo, la paladina di una solitaria e feroce rivoluzione.

E immergendosi in queste profondità di interpretazione, colmando le lacune con il verosimile letterario e l’immaginazione, l’autrice, Marzia Sabella, che da magistrato inquirente conosce bene le implicazioni del costume mafioso, scopre un personaggio perturbante.

Una donna di Sicilia – mai colpevole e mai innocente – che sfugge alle etichette perché le verità si mescolano senza indecenza; una donna siciliana – stretta tra rivolta e arcaica tradizione – che potrà rispondere al perché del giudice solo quarant’anni dopo.


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