Le parole che feriscono lo Zen

Lo Zen e quelle parole che feriscono

A ogni episodio di cronaca nera...

Il pregiudizio è un veleno subdolo, insidioso, si insinua furtivamente e ti strangola. Si intravede negli sguardi severi dei benpensanti, alberga nel detto e non detto dei salotti. Ti colpisce alle spalle, ti marchia senza diritto di replica, ti condanna senza diritto all’appello.

Abiti allo Zen di Palermo? Subito la sentenza definitiva: sei un delinquente, un mafioso, un violento. E se, per un atto di clemenza, qualcuno ti concede il beneficio del dubbio sei comunque complice, nella migliore delle ipotesi uno che chiude gli occhi, che si gira dall’altra parte.

Ogni episodio di cronaca nera – un omicidio, una sparatoria, un’aggressione avvenuta lì o altrove per mano di gente dello Zen – scatena una reazione istintiva, distruttiva. “Radete al suolo lo Zen”, urlano sui social, “deportate chi ci vive”. Parole che feriscono, che schiacciano una comunità intera sotto il peso di uno stigma ingiusto.

Dopo l’omicidio del ventunenne Paolo Taormina la veglia di preghiera con l’arcivescovo Corrado Lorefice ha riunito Palermo allo Zen in un grido di dolore (nella foto). Ma ecco di nuovo il pregiudizio: “C’erano più ‘forestieri’ che residenti”, hanno scritto in rete. E anche se fosse vero? Dopo decenni di abbandono, di promesse tradite chi può biasimare la sfiducia, la rassegnazione, il timore di ritorsioni che inchiodano gli onesti al silenzio? Passato il clamore il quartiere ripiomba nel buio, i muri trasudano solitudine e la vita riprende tra le crepe di un sistema che ha fallito.

Eppure, a imporre il terrore è una minoranza – sì, una sparuta minoranza – che trasforma lo Zen, da anni San Filippo Neri, in un’arena di violenza. Gruppi di giovanissimi, spesso minori, sicuramente sotto una criminale regia, dettano legge con pistole, spaccio di droghe e arroganza soffocando un quartiere già ferito e impaurendo un’intera città, zone residenziali, centro storico, luoghi della movida continuamente ostaggio dei violenti provenienti dalle desolate periferie urbane.

Ma non è questo lo Zen. Lo abbiamo già scritto nel nostro precedente articolo, allo Zen vivono migliaia di persone perbene lasciate sole a combattere. Insegnanti che si spendono per i ragazzi, preti che aprono le porte delle chiese e gli oratori, volontari che costruiscono ponti di speranza.

Padri e madri che, nonostante tutto, quotidianamente cercano di offrire ai giovani un esempio virtuoso per strapparli alla morsa di mafiosi e di malvagi privi di scrupoli. Sono un esercito di meravigliose persone, asserragliato nelle trincee del bene, che non si arrende, non può arrendersi. Ogni giorno, con fatica, queste persone riscattano il loro quartiere chiedendo unicamente il giusto: l’attenzione delle istituzioni, il riconoscimento dei diritti. Chiedono dignità e rispetto, un futuro possibile.


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