Il mezzo sorriso | dell'uomo invisibile

Il mezzo sorriso | dell’uomo invisibile

Il mezzo sorriso | dell’uomo invisibile
Foto presa da facebook (Marco Sacchi è a destra)

I colleghi ricordano Marco Sacchi dopo la scomparsa.

Marco Sacchi
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2 min di lettura

Marco Sacchi, fuoriclasse delle riprese in casa Rai, spuntava all’improvviso dalla sua studiata e formidabile invisibilità: dote primaria di qualcuno che narra qualcosa.

Somigliava un po’ allo ‘Stregatto’ di Alice, in forma rovesciata: non scompariva, appariva. Prima il sorriso – quel mezzo sorriso incantevole dell’ironia – poi tutto il resto. Magari non lo conoscevi, però, capitando di trovarsi insieme in uno dei luoghi che fabbricano storie, lo notavi subito.

Notavi soprattutto un certo amabile distacco dalle cose che avrebbe ripreso un attimo dopo. Non era né freddezza, né alterigia, solo concentrazione; per catturare un’immagine, devi farti occhio e dimenticare il resto.

Nell’ora della sua morte, l’affetto dei colleghi gareggia per ricordarlo sulla pubblica piazza di facebook. Scrive Lidia Tilotta: “Era una persona speciale, mite, che aveva già avuto tanti dolori e che nonostante tutto affrontava la vita sempre col sorriso sulle labbra. Con lui ho trascorso notti insonni al porto di Lampedusa, ho realizzato reportage bellissimi per Mediterraneo e in una delle trasferte gli è toccato pure farmi da infermiere”. C’è chi è piombato in via Castelforte, al capolinea dell’ultimo mezzo sorriso, semplicemente perché non credeva al suo stesso dolore.

Scrive Piero Longo: “Un tragico incidente con la moto, ma per diversi motivi non sono andato, ho evitato, avrei visto il mio collega lì a terra senza vita, non si può morire così, una vita spesa a girare con la sua telecamera e a otto mesi dalla pensione tutto finisce”.

Ed è proprio lo stupore che prende chi tenta questo lavoro, la commozione di scoprire che esiste la morte, anche per chi racconta la vita. In teoria si sa, ma quando la fisionomia di chi intesseva cronaca precipita nella stessa notizia di altri che la cronaca l’hanno subita – malgrado lui e malgrado tutti – ecco che si avverte uno struggente smarrimento.

Scrive Matilde Incorpora: “In un incidente stradale, è morto Marco Sacchi, compagno di lavoro e di battaglie del mio uomo e mio amore, Arnaldo Panascia, che se ne è andato via da questa terra ed è approdato non so dove, cinque anni fa.  Prima di loro, Alberto Amato, un altro compagno di lavoro di Arnaldo, ha avuto la stessa sorte. Purtroppo non credo in un ‘altro mondo’ – paradiso o inferno che sia – ma mi piace immaginarli insieme, Alberto, Arnaldo e Marco, come succedeva anni fa nella nostra vita terrena”. Ancora vicini, ancora invisibili.

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