ROMA- “Sulla nostra circolare sono state fatte affermazioni che non corrispondono al vero”. Il Csm prepara una risposta ufficiale dopo gli articoli di stampa che hanno presentato come anti-Di Matteo la nuova circolare di Palazzo dei marescialli sull’organizzazione delle procure antimafia. Ma intanto Pina Casella, presidente della Settima Commissione che ha messo mano alle nuove norme, ha voluto puntualizzare subito che le cose non stanno così come sono state descritte sui giornali, prendendo la parola durante il plenum del Csm.
“Una circolare del Consiglio superiore della magistratura, soprattutto se interpretata in maniera restrittiva, sacrifica la continuità investigativa indispensabile nelle indagini più complesse, come quelle sulle stragi e sui rapporti di Cosa nostra con interlocutori esterni”, aveva lanciato ieri l’allarme il pm di Palermo Nino Di Matteo su Repubblica. E nell’articolo si diceva che per effetto delle nuove norme Di Matteo – che dalla Dda è scaduto da quattro anni – non potrà fare più nuove indagini sulla trattativa fra i vertici della mafia e pezzi dello Stato e in particolare sul filone che riguarderebbe la Falange Armata. E che lo stesso destino tocca all’altro titolare dell’inchiesta, Roberto Tartaglia, che della Dda non fa parte ma è solo applicato, e fra un mese, anche al pm Francesco Del Bene.
Una questione rilanciata oggi dal Fatto quotidiano che attribuisce al procuratore di Palermo Francesco Messineo la definizione di “norma anti Di Matteo e anti Tartaglia”. “Non è questo lo spirito delle nostre prescrizioni” ha protestato Casella, annunciando a breve la risposta ufficiale della Settima Commissione. Già la legge sull’ordinamento giudiziario ha limitato a casi eccezionali l’assegnazione di procedimenti per mafia a magistrati che non fanno parte delle Dda, oltre ad aver stabilito un tetto massimo di permanenza nelle procure antimafia di 10 anni. Ora le nuove norme hanno definito i casi eccezionali, individuandoli innanzitutto nell’esigenza di poter disporre di “specifiche professionalità ulteriori e diverse rispetto a quelle proprie dei magistrati della Dda” per procedimenti che, per esempio, oltre ai reati di mafia, riguardano “delitti contro l’economia, la pubblica amministrazione, la salute e l’ambiente”; come pure è stato previsto che si possa designare un magistrato che non fa parte della Dda in caso di “eccessivo carico di lavoro” per i componenti della procura antimafia.
Un intervento che ha preso le mosse dalla “diffusa utilizzazione prolungata di magistrati della procura ordinaria in attività di competenza della Dda”; prassi che – sottolinea la circolare – “può non essere coerente” con la disciplina che vuole che i procedimenti di mafia siano attribuiti ai magistrati che compongono le Dda.
La posizione della Procura
La Procura di Palermo presenterà al Csm un quesito sull’interpretazione della circolare di palazzo dei Marescialli del marzo scorso che limita l’assegnazione dei procedimenti per mafia ai magistrati che non fanno parte delle direzioni distrettuali. La circolare specifica infatti in modo restrittivo i “casi eccezionali” in cui la legge consente le assegnazioni. Nel quesito la Procura chiederà al Consiglio se alla regola si potrà derogare, in caso di procedimenti complessi, anche quando vi sarà l’esigenza di poter disporre di conoscenze investigative particolari.
Un’interpretazione di questo tipo consentirebbe l’assegnazione delle nuove inchieste aperte sulla trattativa Stato-mafia ai pm titolari del procedimento principale – Di Matteo, Del Bene e Tartaglia – che una lettura letterale della circolare, invece, taglierebbe fuori. Il pm Nino Di Matteo, infatti, non potrebbe incamerare nuove assegnazioni essendo scaduto da quattro anni dalla dda. Stesso discorso per Francesco Del Bene prossimo alla scadenza dalla direzione distrettuale e per Roberto Tartaglia che non è ancora entrato in dda.
(Fonte ANSA)

