Mafia, estorsioni e intimidazioni | Dal terrore alla ribellione - Live Sicilia

Mafia, estorsioni e intimidazioni | Dal terrore alla ribellione

Estorsioni e intimidazioni a tutto spiano tra Bagheria, Santa Flavia, Casteldaccia, Villabate e Porticello. E' quello che è emerso durante le indagini che hanno portato a 31 arresti, a cui hanno contribuito le denunce di venti imprenditori che hanno deciso di non piegarsi agli esattori del pizzo.

Le denunce degli imprenditori taglieggiati
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PALERMO – Un clima di paura che si snodava tra pressioni psicologiche, minacce ed in intimidazioni. Un’atmosfera nella quale hanno vissuto, alcuni anche per più dieci anni, ben quarantaquattro imprenditori finiti nella morsa del racket delle estorsioni della famiglia mafiosa di Bagheria, i cui vertici sono stati azzerati ieri nel corso dell’operazione “Reset”. Tra questi, sono stati in venti a non piegarsi, a rifiutarsi di pagare e a denunciare i propri aguzzini ai carabinieri.

I loro racconti hanno contribuito a fare finire gli esattori del pizzo dietro le sbarre, a squarciare il muro di silenzio che favoriva i ricatti e le minacce di boss e gregari della famiglia mafiosa. Fino ad oggi avevano tentato di estorcere denaro a ventotto imprenditori nel settore dell’edilizia e a cinque venditori di pesce della zona di Porticello. Ma non mancavano i piccoli negozi di Bagheria e dintorni, di cui ben undici titolari erano già finiti nel mirino da anni. Chi ha deciso di alzare la testa e ribadire il proprio no al pizzo, ha confermato la pressione estorsiva nei propri confronti e ha descritto anni d’inferno in cui ha temuto per la propria vita e per quella dei familiari.

In un caso, uno degli imprenditori che aveva notevolmente contribuito alle indagini, non ha retto più. Quella di Giuseppe Sciortino, costruttore bagherese, è stata una storia di disperazione che si è conclusa con il suicidio, avvenuto lo scorso marzo, per la rovina economica provocata dagli estorsori, un baratro nel quale era sprofondato non riuscendo, nonostante il suo coraggio, a risalire. L’imprenditore aveva scelto di non sottomettersi, denunciando. Gli episodi venuti a galla durante le indagini e le dichiarazioni fornite dal collaboratore di giustizia Sergio Flamia, lo descrivono più volte a tu per tu con gli esattori del pizzo del mandamento di Bagheria, che lo avevano preso di mira dopo alcuni lavori che aveva effettuato nel comprensorio: il tentativo da parte dei boss era quello di imporre a Sciortino una ditta di movimento terra vicina a Cosa nostra e controllata da Giuseppe Di Fiore – reggente del mandamento -, rispetto ad un’altra.

Nel dettaglio, Sciortino aveva dichiarato di essere stato vittima di tentativo di estorsione agli inizi del 2011, in relazione alla conduzione di un cantiere a Santa Flavia. Successivamente, le minacce sarebbero arrivate da Salvatore Lauricella in merito ad un altro cantiere per la costruzione di unità abitative a Villabate, ma anche da Pietro Flamia, soprannominato “il porco” che nel 2013 avrebbe voluto imporgli un’altra ditta legata alla cosca, sempre per il movimento terra. Ma non solo, per quegli stessi lavori, l’imprenditore raccontò che Flamia gli aveva chiesto quindicimila euro.

“Ero consapevole che si trattava di estorsione – disse ai carabinieri Sciortino – e sapevo pure di non avere alcun debito nei suoi confronti. Mi precisò che ‘c’erano nuove disposizioni’ e che qualunque lavoro avrei dovuto realizzare da quel momento in poi, dovevo rivolgermi a lui, specificando che mi avrebbe dato indicazioni sui fornitori, e su tutte le ditte che avrei dovuto contattare nel proseguo dei lavori”. Fu soltanto uno dei tanti incontri coi boss. Una delle tappe del calvario durante il quale Sciortino subì numerosi danneggiamenti ai cantieri, compresi alcuni colpi d’arma da fuoco sparati alle saracinesche del suo magazzino, i danni alla propria auto e gli atti incendiari nel magazzino al piano terra della palazzina via Carlo Alberto dalla Chiesa a Bagheria, dove abitava.

Lo scorso febbraio, a rivolgersi ai carabinieri è stato nel frattempo il titolare di una pescheria di Santa Flavia. La notte precedente qualcuno aveva dato fuoco al suo furgone, distruggendolo. Un incendio palesemente doloso, dopo il quale i carabinieri hanno trovato una bottiglia con del liquido infiammabile nell’abitacolo. Il nome della pescheria fu trovato su uno dei pizzini di Giovan Battista Rizzo, braccio destro di Pietro Lo Coco, reggente della famiglia mafiosa di Altavilla Milicia, entrambi finiti in manette ieri. Era fra quelli che avrebbero dovuto pagare il pizzo.

Ma le intimidazioni con il fuoco, pronte a ribadire la presenza di Cosa nostra sul territorio e volte a pressare psicologicamente le vittime di estorsione, sembravano non finire mai. Alle fiamme fu data infatti anche l’auto del titolare di un’altra pescheria, stavolta di Porticello, al quale furono recapitate anche due cartucce di fucile da caccia calibro 12, legate con del nastro isolante nero.

Fondamentale per le indagini anche la denuncia di un altro imprenditore edile, costretto a sborsare migliaia di euro tra 1989 al 2008. Quasi dieci anni di inferno. In base a quanto hanno accertato gli inquirenti, la forma di pagamento del pizzo consisteva in quel caso nell’obbligo di subappaltare ed acquistare materiale dalle ditte indicate dalla famiglia mafiosa. Nello specifico, per i lavori di scavo e movimento terra la ditta designata era quella di Giuseppe Lombardo, di fatto amministrata da Francesco Lombardo; quest’ultimo, assieme al figlio Andrea, imponeva anche i prezzi delle prestazioni, che erano maggiorati rispetto al mercato, in cambio della “protezione” da furti e danneggiamenti.

Ma di fronte al terrore seminato da Cosa nostra non tutti hanno ceduto o hanno continuato ad abbassare la testa. Nella zona di Bagheria, è stata quasi la metà degli imprenditori taglieggiati a denunciare, a compiere venti nuovi passi verso la ribellione e a rendere meno fertile il terreno per Cosa nostra, tanto da fare andare in fumo, negli ultimi anni, almeno venticinque tentativi di estorsione e far scattare le manette per trentuno persone.


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Commenti

    Come si elimina un cancro che può portarci alla morte? Eliminandolo con l’asportazione definitiva.
    Almeno c’è una probabilità su due di uscirne vivi.

    se avete le prove provate BUTTATE LE CHIAVI LA SOCIETA’ NON PERDE NULLA ANZI VIVRA’ MEGLIO.
    PER QUELLI CHE ANCORA LO FANNO E SONO LIBERI E MAGARI LEGGONO ” A LAVORARE DOVETE ANDARE” MANCIA PANI A TRADIMENTO

    ormai denunciano tutti ed ovunque. è finita l america per questi delinquenti.. speriamo che la giustizia ci mette la “sua” però (anche se dubito!!)

    Galera…in galera…sono la rovina di tutti i siciliani onesti

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