Mailgate, parte il processo |Recca presente in aula - Live Sicilia

Mailgate, parte il processo |Recca presente in aula

Sono due i testi dell’accusa interrogati: Antonio Pennisi, ispettore della Polizia Postale, e l’assistente Alfredo Malerba hanno ricostruito la vicenda che ha dato vita all’indagine.

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CATANIA – E’ stato battezzato ‘Mailgate’, lo scandalo giudiziario in cui è rimasto coinvolto l’ex rettore dell’Università di Catania, Antonino Recca, per l’invio dal server dell’ateneo di una mail elettorale inoltrata a tutti gli studenti e ai docenti. Si invitava a votare Maria Elena Grassi, candidata dell’Udc per le regionali del 2012. Il caso attraverso la segnalazione del Movimento Studentesco arrivò alla Polizia Postale, che aprì un’indagine coordinata dalla Procura di Catania. La Grassi, dopo il polverone, ritirò la sua candidatura. L’inchiesta terminò con l’avvio del processo a giugno che portò alla sbarra Recca e i due dipendenti dell’Ateneo Antonino Di Maria e Enrico Commis. Per i due funzionari il pm Raffaella Vinciguerra aveva chiesto – ed è stato accolto dal Gip – richiesta di rinvio a giudizio. Il procedimento è stato riunificato, la posizione di Recca era stata stralciata per il giudizio immediato. I tre imputati sono accusati di rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio. L’Università di Catania si è costituita parte civile, a rappresentarla è l’avvocato Giovanni Grasso.

L’UDIENZA. Sono due i testi dell’accusa interrogati oggi in aula, nell’udienza che in realtà apre il dibattimento visto il rinvio prima della pausa estiva. Antonio Pennisi, ispettore della Polizia Postale, e l’assistente Alfredo Malerba hanno ricostruito la vicenda che ha dato vita all’indagine. Il pm attraverso gli interrogatori ha tentato di chiarire la dinamica d’invio delle mail “elettorali” agli indirizzi della mailing list finalizzata “a comunicazioni di tipo didattico”. Nello specifico, il primo tentativo d’invio andato a vuoto perché, secondo l’ottica dell’accusa, il sistema non avrebbe riconosciuto l‘utente. Il mittente della comunicazione sarebbe il figlio di Di Maria, Daniele, attraverso il suo indirizzo di posta. Due giorni dopo il primo tentativo, l’operazione riesce. Che ci sia stato un intervento volto a sbloccare l’utente? Per la difesa questa sarebbe “una deduzione priva di verifica”. Al teste Malerba, il Pm ha chiesto di riferire, inoltre, sui tabulati telefonici relativi al lasso di tempo che intercorre tra i due tentativi di invio. I flussi indicherebbero delle comunicazioni da Di Maria a Commis e da quest’ultimo a Luca Palazzo, dipendente dell’Università chiamato a testimoniare durante la prossima udienza prevista per il 26 gennaio. Previsti altri testi dell’accusa.

L’INCHIESTA. A maggio dello scorso anno, la Procura di Catania – dopo un’indagine condotta dalla Polizia Postale – rese noto di aver inviato un avviso di garanzia ad Antonino Recca (all’epoca rettore uscente) in quanto indagato nell’inchiesta “sulla mail elettorale a sostegno di una candidata Maria Elena Grassi, moglie di un dipendente dell’università, Nino Di Maria, inviata dal server di posta elettronica dell’ateneo etneo”. In un primo momento oltre a Di Maria erano indagati anche la moglie e il figlio, Daniele Di Maria. Le due posizioni però sono state archiviate.

Coinvolto nello scandalo anche Enrico Commis, difeso dall’avvocato Goffredo D’Antona, responsabile della struttura informatica dell’università. La Procura accusa i tre di rivelazione di segreti di ufficio per avere utilizzato “gli elenchi di indirizzi email di iscritti all’ateneo, destinati a rimanere segreti, al fine di favorire la campagna elettorale di Maria Elena Grassi, candidata alle elezioni indette per il rinnovo dell’Assemblea regionale Siciliana per l’anno 2012”. Recca, Commis e Antonio Di Maria sono indagati anche per “avere abusivamente acceduto al sistema informatico dell’università”.


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Commenti

    Sono stato coinvolto, da “vittima”, nel caso. All’epoca ero ancora studente e ricordo che la ricezione della mail mi fece arrabbiare non poco (per non dire che mi fece incxxxxx come una bestia).
    A mio avviso il caso è molto più grave di quanto i fatti raccontino. Verissimo, la ricezione di una mail da eliminare immediatamente può causare un fastidio limitato, ma il significato è invece molto più pesante per vari motivi:
    1) Una sensazione di mancanza di sicurezza generale da parte dell’università, che dovrebbe avere un sistema informatico a prova di bomba sul tema sicurezza e che invece è stato “bucato”. Questo è gravissimo, parlo da Ingegnere Informatico laureato nella nostra città, perché l’università dovrebbe essere all’avanguardia in tutti i campi, e invece…
    2) Una molto più grave sensazione di corruzione. L’università dovrebbe essere un luogo depoliticizzato (e purtroppo non lo è) e soprattutto incorruttibile. Dopo una cosa del genere, da studente, fu molto difficile credere una cosa del genere…

    Mi fa tenerezza la tua ingenuità del punto 2).

    Andrea, leggi bene, ho usato il condizionale. So benissimo che non è così, anzi! E chiaramente non ci volle questo episodio per capirlo.
    Però, in un mondo ideale, dunque decisamente non questo e soprattutto (purtroppo) quanto di più lontano possa essere Catania, l’università dovrebbe essere come ho detto: depoliticizzata ed incorruttibile.
    Sono rimasto profondamente deluso dallo schifo visto all’università (attenzione, colpa di tutti: docenti incompetenti ed impreparati tranne rari casi; politici che non capiscono che l’università dovrebbe essere una risorsa e non un problema; studenti assolutamente privi di spina dorsale) ma nulla mi vieta di credere che le cose possano cambiare!
    Se mi levi anche la speranza, chiudiamo tutto… 😉

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