E adesso a Marco Cecchinato, ragazzo di Palermo, vogliamo bene quasi più di prima. Gli vogliamo bene, senza conoscerlo, se non in diretta mondiale, perché è tornato tra noi dopo un sogno bellissimo: è sempre l’atterraggio che ci rende umani e dunque riconoscibili.
E adesso che le lacrime sanno di tristezza, sportiva ma sempre tristezza, non più di gioia, ci risvegliamo con un senso di amarezza orgogliosa nel cuore, tutti noi, pure quelli che non conoscevano il tennis, se non per interposta pallina.
Non era essenziale, infatti, lo sport selezionato dal caso. Importava di più che un ragazzo di Palermo ci portasse lassù, a vedere un po’ di cielo. Noi stiamo quaggiù e il cielo l’avevamo un po’ dimenticato.
E’ difficile prevedere di che colore saranno le ali dei sogni che faremo, quale scorciatoia prenderanno, che fisionomia avranno. Se stai sognando, te ne accorgi solo in aria, dalla leggerezza dei pensieri, dalla carezza dei sentimenti. Non sai mai, in anticipo, quando passerà un soffio di momentanea eternità.
Ma poi ci vuole talento a ricadere – adesso che tutti siamo ricaduti con Marco Cecchinato, ragazzo di Palermo – a scrollarsi di dosso la polvere, a ricominciare.
L’abbiamo visto, Marco, che si batteva come un leone, cedendo solo un centimetro di qualità nei primi due set: quel centimetro che, purtroppo, fa la differenza. L’abbiamo visto atterrare, planare bruscamente, come un gabbiano sul mare di Mondello, nell’ultimo set, per afferrare l’epilogo della sua sconfitta.
E adesso – adesso che il sogno è nella dita di un altro che non siamo noi – gli diciamo grazie per la tristezza e per la gioia, per la vittoria e per la sconfitta. Volare è il destino degli eroi. Noi uomini, orgogliosamente, camminiamo.

