PALERMO- “Daniele è stato massacrato, i suoi assassini sono ancora liberi. Non ho più fiducia nella giustizia”. Il volto della madre che ha perso il figlio è un intarsio di dolore, una mappa cangiante delle lacrime che sono piovute, per lutto e per rabbia.
Daniele Discrede, commerciante palermitano, fu ammazzato davanti alla sua bambina in via Roccazzo, mentre usciva dal luogo di lavoro, il 24 maggio del 2014. Una rapina, si disse, poi più nulla. In due anni di indagini non si è saputo altro. Dal palazzo dei giudici di Palermo non sono finora giunte risposte per dare sollievo allo strazio, con una goccia di verità. La madre di Daniele, Angela, una valorosa signora di settant’anni, non è stata mai ascoltata. I familiari hanno chiesto di essere ricevuti, invano. Sono perfino andati fino al tribunale con uno striscione, in forma di garbata protesta, per ricordare che c’è un morto che grida vendetta; non si è mossa foglia. E dopo due anni, l’unico risultato è una donna vestita di scuro che piange nel salotto di casa sua. E sussurra: “Non mi leverò l’abito nero, fino a quando non mi diranno chi è stato”. Su una parete campeggia una gigantografia del figlio rapinato e ucciso.
Con Angela, c’è Vito, il fratello di Daniele, il cuore grande che sta reggendo i fili di una ricerca sempre più labile. “Nonostante tutto – trova il coraggio – dobbiamo piantare un semino di speranza, per fare crescere la bontà, per evitare che altri patiscano quello che stiamo patendo noi”. La famiglia Discrede – marito, fratello, sorelle, cognati, nipoti – è intessuta di legami amorevoli e solidi. Il cronista viene ricevuto in salotto, ma il caffè, in amicizia, si prende in cucina. C’è una finestra che dà su uno slargo in erba e sassi, teatro della gesta calcistiche di un bambino che non sapeva che sarebbe stato ammazzato. La madre vegliava dal vetro e lo richiamava, quando scendeva la sera. Erano gli anni Ottanta, il tempo dell’adolescenza, delle canzoni di Vasco Rossi, della completa felicità, dei palloni a scacchi bianchi e neri.
Angela è una donna incrollabile e lacerata: “Quella sera eravamo a cena fuori con mio marito. Arriva una telefonata di un parente: “Daniele, Daniele, è successo qualcosa a Daniele, davanti al magazzino, c’era la picciridda”. Ci precipitiamo. Un poliziotto ci tranquillizza: ‘Non preoccupatevi, era lucido, ha dato indicazioni. Eccoci al Policlinico, al pronto soccorso. Nessuno può entrare. Non dimenticherò mai la faccia addolorata e la gentilezza della dottoressa, mentre ci comunicava: ‘Purtroppo, non ce l’ha fatta’. Poi, siamo entrati, era bellissimo, aveva il viso sereno, la sua dolce espressione di ragazzo. Io ricordo tutto: il suo sguardo, la sua risata, la sua mano sulla spalla. La mia vita è sparita. Appena finiamo di chiacchierare, andrò ai Rotoli, al cimitero. Io con lui ci parlo, anche se lo psicologo sostiene che è sbagliato. Ma che ne sa? Ci parlo e lui mi risponde”. Angela rigoverna le tazzine in cucina: “Se avessi davanti quei disonesti che me l’hanno portato via, non so come mi comporterei. Forse potrei perfino perdonarli. Rinnovo l’appello che ho già lanciato: se qualcuno sa, dia qualche indicazione, qualche notizia e, finalmente, avremo anche noi un po’ di pace”.
Vito è stropicciato da un’assenza che lo corrode, ma ha il cuore di un ragazzo che non si arrende: “Ci sentiamo abbandonati dalle istituzioni. C’è un video che mostra gli eventi del 24 maggio. Abbiamo chiesto di vederlo, per fornire qualche riscontro utile, non è stato possibile. Ma, allora, perché ci lamentiamo dell’omertà, se a noi non è stato concesso di collaborare, per quello che possiamo? Ci recheremo, io e i miei familiari, presso la ‘Setti Carraro’, la scuola che tutti abbiamo frequentato, in occasione dell’anniversario. Parleremo di speranza, comunque. Lo ripeto: dobbiamo piantare un semino perché non accada più”.
Eppure, il terribile è già accaduto. I documenti del pronto soccorso somigliano a una lapide: “Paziente giunto in arresto cardiaco. (…) constatazione decesso ore 22.43. Sulla base degli attuali accertamenti medico-legali si può affermare che il decesso del signor Discrede Daniele sia addebitabile ad arresto cardiocircolatorio secondario a lesioni toraco-addominali determinate da colpi d’arma da fuoco a canna corta”.
La madre riempie la borsa, scolpisce ancora la sua sentenza: “Non ho più fiducia nella giustizia”. Tornerà a parlare con suo figlio, in una giornata incerta tra nuvole e sole. Un’ultima occhiata alla grande finestra della cucina. E’ facile lasciarsi suggestionare, immaginare un pallone a scacchi e bianchi e neri che rimbalza, vedere l’ombra di un ragazzo che amava la vita, respirava, rideva, con la forza del sole che squarcia le nuvole. E l’eco si sentiva fino a quassù.

