Natale, il coprifuoco e i sacerdoti: "Ci sono troppi morti"

Natale, il coprifuoco e i sacerdoti: “Ci sono troppi morti”

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Commenti

    Molto francamente non è proprio il caso di pensare con rammarico al rispetto delle tradizioni e/o ad ipotetiche date peraltro fissate dall’uomo senza riscontri certi. Ognuno dovrebbe vivere se lo ritiene la propria religiosità ogni giorno. I problemi seri sono di altro ordine più sostanziali. Ad esempio la consapevolezza di essere governati diffusamente da un’orda di personaggi culturalmente recessivi non in grado di fronteggiare la realtà esigente che viviamo. Questa criticità investe soprattutto i ruoli decisionali nei settori strategici che dettano il futuro di un paese sostanzialmente per i più giovani senza entusiasmi di futuro. Troppo evidente il gap tra il nostro paese e gli altri che possono contare su organizzazioni più incisive. Da noi tutto scorre senza lasciare tracce – tutto segue una deriva ingestita.

    Grandissimo, come sempre. E pensare che pochi giorni fa, con il plauso di alcuni, qui c’era un bastian contrario che invocava l’erezione di argini alla “disumanizzazione della società” da parte della Chiesa, dei giovani, delle madri e persino dei giuristi. Che auspicava che si scendesse in piazza “per rivendicare il diritto a difendere l’umanità, la persona, l’essere umano”.
    Concordo con lo scrittore Aldo Cazzullo, secondo cui “Ogni generazione ha la sua guerra”; questa è la nostra. Mia nonna Dora, che la guerra la visse da madre di quattro figli, a Natale preparava il suo Presepe di guerra con ciò che riusciva a raccattare: tappi di sughero con quattro stuzzicadenti e un po’ di bambagia per fare le pecorelle, un pezzo di specchio rotto per il laghetto, una vecchia latta di biscotti Mellin per la Santa Grotta. Ed era Natale lo stesso per il suoi bambini, solo diverso. Quand’ero bambino, ricordo che ad ogni Natale ci riuniva insieme ai miei cugini davanti al Presepe in cui i “pezzi di valore” erano quelli del tempo di guerra per parlarci di quei giorni e di quelle rinunce ed invitarci a godere di ciò che avevamo. Passerà questo tempo e torneremo a godere della gioia del Natale in famiglia. E forse, ancor di più.

Gli ultimi commenti su LiveSicilia

L'assessore forse abita in Emilia. Posso tranquillamente affermare che migliaia di persone dirottate a Palermo, hanno preso qualunque mezzo pubblico per avvicinarsi a casa e poi quando possibile hanno chiesto a qualche vicino di disgrazia, un passaggio. Tanta gente dirottata a Palermo hanno ricevuto un allargamento di braccia come risposta. Poi i treni in Sicilia fanno ridere al punto che sarebbe il caso di eliminarli, che così non si dica che in Sicilia abbiamo la ferrovia. Assessore si svegli e venga in Sicilia, invece di stare in Emilia.

I siciliani che non si arrendono sono come quelli, e sono parecchi, che non si rassegnano a continuare a fare la differenziata, a recarsi nei CCR per conferire in maniera disciplinata, come quelli, pochini, che pagano la tari, che non occupano gli stalli riservati ai disabili, che vanno a votare nonostante tutto etc. Dal mio punto di vista occorre partire da lì, ovvero comportandosi da corretti cittadini. I problemi nascono sul come fare a cambiare quelli riottosi al cambiamento, al rispetto delle regole civiche. Un tutto questo c'entra eccome la politica, quella che rimane chiusa nelle stanze e decide di non decidere. Aspettiamo...

Caro Direttore, trovo particolarmente significativo che Giorgio Mulè e Giorgio Trizzino, provenienti da schieramenti politici diversi, convergano sul metodo. Mulè propone Analisi, Bisturi e Contesto; Trizzino richiama competenza, programmazione, capacità amministrativa e coraggio di cambiare ciò che non funziona. Questa convergenza rende l’analisi meno attaccabile come posizione di parte: se esponenti politicamente contrapposti riconoscono gli stessi nodi e indicano criteri simili per affrontarli, emerge un possibile terreno comune. Forse “La Sicilia che vorrei” sta diventando qualcosa di più di una raccolta di opinioni: un interessante esperimento civico per costruire un metodo condiviso, lasciando alla politica il confronto sulle scelte. Perché non chiedere ai prossimi intervistati quale metodo sarebbero concretamente disposti a condividere per costruire la Sicilia che vorrebbero?

Forse sarebbe ora di valutare seriamente la realizzazione di uno scalo che serva la zona tirrenica della Sicilia abbandonata e sfruttata in malo modo? Cosa che sarebbe sicuramente più fattibile e di maggiore giovamento alla popolazione costretta a sacrifici per potersi spostare. Che avvicinerebbe veramente i siciliani della zona settentrionale al resto del Italia e non solo più di qualsiasi ponte oltre a risolvere le disfunzioni naturali del Fontanarossa che non sono solo dovute alle ceneri di sua maestà l'Etna

Ci sono sfregi e sfregi. E' anche sfregio il disagio a cui sono sottoposti i siciliani che percorrono l'autostrada Palermo Messina, di cui Shifani sembra essersi occupato (!?). Vada, vada, insieme alla sua famiglia questa mattina al casello di Termin, capirài. Se non si riesce a gestire un casello figuriamoci il resto.

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