Morto Nitto Santapaola la sua storia

Nitto Santapaola, il carnefice della stagione stragista di Cosa Nostra

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La storia orribile del boss che aveva studiato in seminario

CATANIA – Era forse l’ultimo dei padrini e carnefici ancora in vita. Intreprete crudele di una stagione orribile di sangue, terrore e affari. Benedetto “Nitto” Santapaola è morto nel carcere di Opera, a Milano. Il boss di Cosa Nostra aveva 87 anni ed era detenuto al regime del 41 bis dal 1993, dal giorno dell’arresto.

La storia di sangue

Nato a Catania nel 1938, era considerato l’ultimo esponente ancora in vita della stagione più feroce di Cosa nostra siciliana, quella segnata dall’ascesa sanguinaria di Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano. Diciotto ergastoli componevano un curriculum criminale tra i più pesanti nella storia della mafia.

La sua vicenda criminale affonda le radici nel quartiere San Cristoforo, nel centro storico di Catania. La madre, Cosima D’Emanuele, apparteneva a una famiglia che avrebbe dato i natali a tre fra i clan più temuti della mafia catanese: Santapaola, Ferrera ed Ercolano. Il nonno, Nataleddu “da Praja”, era legato alla malavita locale. Il padre, Vincenzo, era invece un lavoratore che, nel dopoguerra simpatizzò per il Pci e poi per i socialdemocratici. In quegli anni il quartiere era attraversato da forti tensioni politiche, tra l’egemonia comunista e il successivo predominio della Dc.

Gli studi da prete e la svolta criminale

Santapaola frequentò l’oratorio salesiano di via Santa Maria delle Salette. Da ragazzo studiò anche in seminario a San Gregorio di Catania, esperienza che si interruppe quando i superiori compresero l’assenza di una reale vocazione. In seguito imparò il mestiere di tipografo.

Negli anni Settanta e Ottanta consolidò il proprio potere. Dopo l’uccisione di Pippo Calderone, divenne capo della famiglia catanese di Cosa nostra. Sopravvisse a due agguati durante la guerra interna per la leadership mafiosa. Parallelamente costruì una rete di relazioni nell’imprenditoria e nella politica locale. Da venditore ambulante di scarpe divenne il principale rivenditore Renault in Sicilia. All’inaugurazione della concessionaria PamCar, nell’autunno 1981, erano presenti anche il prefetto Francesco Abatelli e il questore Agostino Conigliaro. Le immagini finirono agli atti della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Luciano Violante.

L’omicidio Dalla Chiesa

Nel 1982 l’attenzione degli inquirenti si concentrò su Catania dopo l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo. Santapaola fu imputato nel maxiprocesso e condannato all’ergastolo per associazione mafiosa; per alcuni omicidi eccellenti – tra cui questo – fu successivamente assolto in via definitiva.

Dopo le stragi del 1992 si diede alla macchia. La sua latitanza, secondo le ricostruzioni giudiziarie, si svolse prevalentemente tra piccoli centri della Sicilia orientale, mantenendo un profilo basso. Fu catturato il 18 maggio 1993. Al momento dell’arresto gli investigatori trovarono una Bibbia sul comodino e una cappella costruita nei pressi del casolare dove si nascondeva.

Le condanne

Santapaola è stato condannato in via definitiva come mandante della strage di Capaci e per altri delitti di mafia. Si è sempre proclamato innocente rispetto alla strategia stragista, prendendo le distanze dalla linea di Riina. Secondo alcune ricostruzioni, proprio il dissenso sulla stagione delle bombe avrebbe contribuito alla sua marginalizzazione nei vertici dell’organizzazione.

Restano pesantissime zone d’ombra sull’omicidio del coraggioso giornalista Giuseppe Fava, ucciso nel 1984: per quel delitto Santapaola è stato condannato come mandante. È stato invece assolto nel procedimento relativo alla cosiddetta “strage dei picciriddi” del 1976, l’uccisione di quattro adolescenti di San Cristoforo: la mancanza dei corpi e riscontri insufficienti non consentirono una condanna definitiva.

Con la sua morte si chiude un capitolo tragico della storia criminale siciliana, segnato da sangue, stragi e rapporti opachi tra mafia, economia e potere. Restano le sentenze definitive e il ricordo delle vittime di una stagione che ha segnato profondamente il Paese.


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