I boss e le chat criptate: Palermo, parla il nuovo pentito

I boss “assenti” e “presenti” e le chat criptate: parla il nuovo pentito

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Da sinistra i boss Nino Rotolo, Salvatore Sorrentino e Gianni Nicchi
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Giuseppe Bruno conosce anche gli affari dei capimafia di Pagliarelli e Porta Nuova

PALERMO – Giuseppe Calvaruso, gli affari della droga e gli investimenti all’estero per conto di altri boss. È un tema che ricorre anche nelle dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia Giuseppe Bruno.

Bruno, originario di Bagheria, si era trasferito da alcuni anni in Brasile. Il padre Francesco nel 2008 ha subito una confisca definitiva del patrimonio. Il patto con Calvaruso sarebbe servito a realizzare investimenti per 50 milioni di euro, ma la stima del valore complessivo delle società e dei beni schizzerebbe fino a 500 milioni.

Le dichiarazioni di Bruno e di un altro nuovo collaboratore di giustizia, Vincenzo Spezia, sono state acquisite nell’inchiesta che ha portato all’arresto del trapanese Giacomo Tamburello e al sequestro di un patrimonio che vale 200 milioni di euro. Secondo i due pentiti, Tamburello era in affari con Matteo Messina Denaro nei traffici internazionali di droga per cui è già stato condannato.

Il boss Calvaruso in Brasile

La finanza ha scovato una fortuna in Brasile. A Natal Calvaruso e Bruno avrebbero comprato decine di immobili, tra cui alcune ville di lusso, e costituito una quindicina di società nei settori immobiliare, edile e ristorazione.

Calvaruso, un tempo braccio destro del capomafia latitante Giovanni Motisi, fu arrestato di nuovo nel 2021, appena atterrato a Palermo per le vacanze di Pasqua. Rientrava dal Brasile. Secondo la Direzione distrettuale antimafia, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, i soldi investiti in Brasile avrebbero fruttato in giro per il mondo (Svizzera, Singapore, Hong Kong) e una parte sarebbe rientrata a Palermo grazie a operazioni di money transfer.

I finanzieri sono riusciti ad entrare nella chat criptate di Calvaruso. Hanno scoperto che per vivere in Brasile e ottenere il permesso di soggiorno avrebbe pure finto di essere il padre del figlio di un siciliano emigrato e una brasiliana.

Calvaruso e il suo braccio destro Giovanni Caruso, collegati via chat, parlavano spesso di soldi. Discutevano di stipendi per le famiglie dei carcerati, del business della droga e di altri investimenti.
Raccoglieva il denaro per conto di altri mafiosi e li faceva fruttare in attività economiche apparentemente lecite.

Era l’unico modo per fare fronte alle spese. Calvaruso ordinava a Caruso di distribuire i soldi: “Sono 6 assenti e 6 presenti compresi tu ed io. A tutti 3 ciascuno”.

I mafiosi nel libro paga

Poi spiegava: “Gli assenti sono zio grande grande (Antonino Rotolo ndr), manic., mio figlioccio (Andrea Ferrante ndr), massimo (Giuseppe Massimo Perrone ndr), parquet (Giovanni Nicchi, ndr), carrellino (Giovanni Cancemi ndr)”.

Fra i “presenti” inseriva “vecchio” (Luigi Nicchi, padre di Giovanni ndr), “carrello” (Carmelo Cancemi ndr), “sigaro” (Francesco Annatalli ndr), suo figlio (Vincenzo Annatelli) “tu ed io”.

Dalla distribuzione del denaro restava fuori un pezzo grosso: “Bianco niente che non ha bisogno”, diceva riferendosi all’anziano capomafia di Pagliarelli, Settimo Mineo, che ha presieduto la commissione provinciale di Cosa Nostra nel 2018, la prima del dopo Totò Riina.

A giugno 2025 Giuseppe Bruno, detenuto in Brasile e in attesa di essere estradato, ha iniziato a collaborare con la giustizia. Ha parlato dei rapporti fra Messina Denaro e Tamburello, della famiglia Guttadauro di Brancaccio, dell’avvocato Antonio Messina, longa manus a Milano del padrino di Castelvetrano, e degli investimenti della droga.

Gli affari della droga

Partecipò ad un incontro nel corso del quale Calvaruso gli manifestò la volontà di contattare Giacomo Tamburello per “organizzare un commercio di droga che tramite Francesco Maniscalco avrebbe raggiunto Milano, per distogliere anche Salvino Sorrentino dalla sua fissazione di riprendere con Pippo Marsalone detto il chimico (papà di Francesco titolare dei campetti di calcio utilizzati anche per le feste di compleanno a Pagliarelli), fratello di Rocco, il traffico di eroina, che aveva spinto Salvino addirittura ad avviare anche un piccolo laboratorio”.

Sono tutti nomi noti agli investigatori italiani. Inedito è l’intreccio che li legherebbe. Bruno disse a “Calvaruso che non volevo essere coinvolto negli affari di droga. Io infatti obiettai a Giuseppe che egli aveva la possibilità di penetrare il mercato trapanese tramite Pietro Badagliacca, che per conto del mandamento di Pagliarelli aveva il contatto con Matteo Messina Denaro, quindi poteva rivolgersi direttamente a lui senza chiedere a me”.

Enrico “muschidda”

Bruno conosce una parte delle conversazioni di Calvaruso che “tramite i criptati il organizzava dal Brasile l’importazione della cocaina, perché il Marsalone aveva proprio i contati con i fornitori calabresi, mentre Caruso si limitava ad avere un ruolo nello smistamento della droga sia su Pagliarelli che sugli altri mandamenti (Porta Nuova, Santa Maria, Ciaculli) anche tramite tale Enrico detto ‘muschidda, un affiliato che è stato a lungo detenuto, consuocero di Giovanni Caruso. Il figlio di Enrico lavora nel panificio di fatto in proprietà di Caruso… si tratta di Enrico Scalavino che conosco benissimo”.

Scalavino è un altro nome noto alle cronache giudiziarie. Qualche anno fa rischiò una nuova condanna a 20 anni per droga, ma fu assolto. Di lui aveva parlato Giuseppe Calcagno, picciotto pentito della manovalanza mafiosa. Addirittura Salvatore Bonomolo, narcos palermitano arrestato a Caracas, anche lui collaboratore di giustizia, “odiava” Scalavino e gli aveva detto di “spararci”.

Scalavino, detto “Muschidda”, è stato un temutissimo uomo del racket nella zona di Corso Calatafimi. Per cinque mesi, fra maggio e ottobre 2007, si diede alla latitanza. Erano le quattro di una notte di ottobre quando i militari del Reparto operativo intercettarono la Renault Clio guidata dal latitante. L’inseguimento durò una manciata di chilometri. Si era nascosto per mesi nella zona di via Leonardo da Vinci. Seguirono anni di carcere per il cinquantenne Scalavino che ha trascorso quasi metà della sua vita in cella. Nel settembre 2017 la scarcerazione per fine pena. Un anno e mezzo dopo il nuovo arresto. Nel 2021 l’assoluzione. Nel processo pesò l’intercettazione in cui il capomafia Filippo Annatelli diceva di avere tentato di coinvolgere Scalavino nei traffici ma neppure rispondeva. Da allora Muschidda è un uomo libero.


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