Non piangeremo per quel bambino morto, secondo il racconto dei sopravvissuti, caduto da un barcone ieri approdato a Lampedusa. Non sapremo mai niente di lui. Come rideva. Come guardava sua madre. Come piangeva.
Non piangeremo per quel piccolo trasparente di cinque mesi, perché non l’abbiamo visto e perciò non sarà adottato dalla nostra commozione a comando con vista sui social. E non ci porremo il problema di cercare conferme o smentite di una tragedia, di saperne di più, perché non ci interessa.
Questo non è come quell’altro bimbo sperduto che almeno ebbe ‘la fortuna’ di diventare immagine – un corpicino riverso sul bagnasciuga – e di restare per qualche giorno nel calendario del cordoglio che serve per crederci più buoni.
Questo, di cui si narra a Lampedusa, è il figlio di nessuno, un bimbo trasparentissimo, sperdutissimo di cui nessuno, appunto, avrà memoria come se fosse un figlio.
E se ne parleremo, come sta già accadendo, sarà per dare la colpa a qualcuno, per ingozzarci di polemica politica, per dividerci in fazioni. E nessuno, ancora, penserà al dolore, soltanto al dolore, in una definitiva negazione di umanità, perché è anche il sentimento della separazione che ci rende riconoscibili in quanto rimpianti.
A questo siamo ridotti. Abbiamo cento finestre per comunicare, per esprimere, ma non riusciamo mai a spalancare quelle giuste. Le lingue sono mozzate. Le orecchie registrano il suono continuo della rabbia, abbandonando il resto. E tutti i bambini sperduti, senza mamma, né ninna nanna, né parole per essere ricordati, saranno perduti per sempre nel cimitero dei nostri silenzi.

