Onorevole, badi come parli - Live Sicilia

Onorevole, badi come parli

Ma come parlano questi onorevoli dell'Ars? Avete presente le acque intorpidite? E le fandezze che si commettono? Vi pare strano? Strano non è. Basta frequentare Palazzo dei Normanni.

A sentirli, verrebbe voglia di richiamare in servizio il maestro Manzi, quello che insegnava a tutti, via Tv, che il tempo perduto si recupera, perché non è mai troppo tardi. Ma qui ci sono i tempi straziati. I congiuntivi fucilati alla schiena. I modi asfaltati. E’ un genocidio della lingua italiana, il crimine che si consuma nella classe turbolenta dell’Ars, durante una seduta media. Il riferimento è agli ultimi dibattiti sulla preferenza di genere. Eppure, abbiamo come l’impressione che, cambiando i dibattiti, lo scempio non cambierebbe affatto. E certo, ci sono i privilegiati che hanno studiato e riescono perciò a esprimersi con sufficiente proprietà di linguaggio, anche se poi parlano in “Arsese”. Un dialetto che si usa solo nelle contrade di Palazzo dei Normanni e prevede un idioma involuto, burocratico, bizantino. Le cose che potrebbero essere spiegate in tre frasette hanno bisogno di circonvoluzioni, di “pigghiare a cumplanari”, di andare avanti e di tornare indietro, senza concludere.
Per chi fosse appassionato di calcio, la metafora è istintiva: il gioco di Luis Enrique con la Roma. Passaggini, passaggetti, passaggiucci, non il gol. Allo stesso modo: una valanga di “diciamo che”, di “riteniamo che”, di “tuttavia”. Tecnicamente sarebbe italiano, tuttavia, nella sostanza, è “Arsese”. Si comprende solo dopo due anni di permanenza con la livrea di usciere, o dopo dieci anni di carriera con la qualifica di onorevole.

E fin qui siamo nell’ambito del sintatticamente consentito. Uscendo dal perimetro del vocabolario, ci si imbatte nella giungla di verbi, sostantivi e aggettivi che nessuno oserebbe tirare fuori dalle labbra nella sua vita quotidiana. Lo sciagurato che utilizzasse un identico gramelot al lavoro sarebbe licenziato su due piedi. E se si esprimesse così in famiglia, i parenti preoccupati avrebbero cura di contattare il primo maestro elementare disponibile, tramite 118.

Le perle non mancano. C’è chi si indigna contro i maledetti che vorrebbero “intorpidire le acque”. E uno fa uno sforzo di fantasia per immaginare come saranno ‘ste “acque torpide”. C’è chi si arrabbia per presunte “fandezze”, dimenticando il reietto “ne”. C’è chi si avventura nell’inglese e risulta simile, all’udito, a un tifoso napoletano della Curva B. Abbondano le invocazioni alla “democrazzzia” con tre zeta, sul solco della pubblicità di una porta corazzata. Oppure entra il scena la “democrazia” in cui la poveretta “zeta” viene piegata ai voleri di sibili e cedimenti tali da renderla irriconoscibile. Sono i casi di scuola di qualcosa che i maligni definirebbero proprio mancanza di scuola.

Esageriamo? No. Non è una vanteria da intellettuali, una pedanteria col sopracciglio alzato. Le parole sono lo specchio delle idee. Diceva Pasolini: “Nel linguaggio si avvertono i segni”. Chissà quali auspici dovremmo trarre, senza contare le ingenuità concettuali, le sciocchezze e la retorica, limitandoci al guscio. Chissà. Se questi sono quelli mandati in Parlamento per pronunciare le parole utili e giuste, noi che li abbiamo eletti, come siamo? Onorevole, badi come parli. Che razzza di democrazzzia è?


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