PALERMO – Venti minuti. E sono stato costretto a uscire. Fuori, per fortuna, non cadevano bombe dal cielo. Venti minuti. La giacca appiccicata alla pelle. La camicia chiazzata di sudore. Il caldo soffocante. L’aria che manca. Il neon appeso al soffitto.
Venti minuti. E le pareti ti vengono addosso. Ti schiacciano contro il sedile, mentre il dolore raggrumato di ieri si scioglie in immaginazione. Il fiato grosso della donna incinta che scende per le scale. L’uomo che fa pipì in un angolo perché i bagni sono occupati. Il bambino con gli occhi sbarrati. Incubi in bianco e nero. Venti minuti, in tempo di pace, nel rifugio antiaereo di piazza Pretoria. Mi ci ha portato il ragazzo che conduce laggiù tutti, in quello scavo di memorie, nel circuito delle Vie dei Tesori, recuperato grazie all’impegno della Presidenza del consiglio comunale e all’Associazione nazionale delle vittime civili della guerra.
IL RIFUGIO ANTIAEREO – FOTOGALLERY
Palazzo delle Aquile. La stanzetta dei portieri. Da lì si snoda un cunicolo che va in profondità. Il competente e appassionato Virgilio di questo inferno della seconda guerra mondiale si chiama Wil Rothier e ha trentaquattro anni. Viene dalla Piccardia, Francia settentrionale, l’amore per una ragazza palermitana l’ha dolcemente incatenato quaggiù. Ma lui dice che è stato anche la bellezza inascoltata dei nostri luoghi a stregarlo.
Wil racconta: “Ci sono circa duecentocinquanta rifugi sparpagliati a Palermo. Qualcuno si trova sotto ville o case private. Questo è il più importante. L’apertura originaria era a ‘esse’ per evitare che si propagasse la deflagrazione di un eventuale ordigno. Secondo te la gente era al sicuro?”. La risposta allo sguardo interrogativo è laconica: “No che non era al sicuro. Qui sotto cemento armato non ce n’è, c’è il cemento che io chiamo ‘disarmante’. Se la bomba prendeva il rifugio…”. E Wil, con indice e medio riuniti, fa il gesto, palermitanissimo, che trasfigura il decesso senza scampo. Poi continua: “Potevano starci non più di duecento o trecento persone. In certe occasioni si riempiva, fino a contenerne cinquecento. Alcuni si mettevano sulle panche, altri in piedi. Si cedevano il posto a turno. Andiamo?”. Andiamo.
Un buco che ricorda quello della cella del conte di Montecristo, durante la sua ingiusta prigionia. Una scaletta ripida. “Attento alla testa”. Ecco il rifugio.
Sulle prime, sembra un autobus tendente all’infinito. Lungo e stretto con le panche in pietra ai lati. Per suggerire l’atmosfera, Wil mette il sonoro. Eliche d’aereo sulla testa. Fragori di bombe in lontananza. Una guerra mondiale nell’orecchio. Una targa recita il sanguinoso bilancio di alcune incursioni dei ‘liberatori’. Una scritta sfocata reca labili tracce di un verosimile epiteto contro l’uomo che, allora, si affacciava dal balcone. Le maschere a gas. Un avvertimento: ‘Vietato soffermarsi’. Due elmetti, uno tedesco, uno belga che pare uscito da ‘Salvate il soldato Ryan’. Un pozzo buio in orizzontale.
Eliche d’aereo. Bombe. Wil parla piano, in quell’eco da oltretomba dei viventi che cercavano di scampare alla morte. “Correvano qui. Si accalcavano. Ma c’era solidarietà. Si sorreggevano. Sì, a turno stavano in piedi o seduti. Qualcuno faceva i bisogni dove poteva, se i bagni erano occupati. Un signore anziano si è commosso durante una visita. C’era già stato. Mi ha detto: ‘Ricordo soprattutto il puzzo di piscio’. Un bambino mi ha chiesto: ‘Wil, come si evita la guerra?’. Gli ho risposto: ‘Tu non dimenticare mai’”.
Bombe. Eliche. Pianti in un angolo. Il cuore che batte forte. La camicia che suda. Il dolore che ti viene addosso, raschiato dai muri, lì dove il tempo l’ha depositato. Ora arriva una scolaresca. Sguardi titubanti fra gli studenti. Professoresse commosse. Wil: “Benvenuti e non preoccupatevi, molti piangono”. Come si può dimenticare?
Venti minuti nel rifugio antiaereo. Venti minuti di terrore, sudore e lacrime, prima della fuga, del sole e di una boccata d’aria. Le guerre cominciano e non finiscono mai.

