Palermo, il giallo di Daniela Rincione, inchiesta archiviata - Live Sicilia

Palermo, donna morta in casa: suicidio o omicidio? Caso chiuso

L'inchiesta è stata archiviata. Cosa scrive il giudice sul caso della donna morta a Baida
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PALERMO – Si è trattato di “un impiccamento atipico ed incompleto”. Probabilmente un suicidio, ma certamente non un omicidio.

Il giudice per le indagini preliminari Ermelinda Marfia accoglie la richiesta della Procura e archivia l’inchiesta a carico di Francesco Ioco, unico indagato per la morte di Daniela Rincione, difeso dagli avvocati Giovanni Di Benedetto e Rosario Vento.

La donna, madre di due figlie, aveva 50 anni quando fu trovata morta nella sua abitazione a Baida nel dicembre 2018. Si era trasferita nel piccolo appartamento dopo essersi separata dal marito e in attesa di andare a vivere con Ioco, che invece non aveva ancora chiuso la sua relazione coniugale.

Quella tragica notte si trovava da sola in casa con Ioco, vigile del fuoco esperto in speleologia. Quest’ultimo fornì due versioni diverse, finendo per attirare su di sé i sospetti degli investigatori e dei parenti della vittima increduli che Daniela potesse avere scelto di togliersi la vita. Non c’era alcun motivo per farlo e mai aveva mostrato segni che potessero fare presagire il gesto estremo. Del caso si è anche occupato la trasmissione “Chi l’ha visto?”

Nella prima versione, infatti, il vigile del fuoco disse di avere trascorso la serata con Daniela. Poi, dopo avere bevuto champagne, si era addormentato sul divano. Si era svegliato alle 2 di notte e solo allora si era accorto che la compagna si era impiccata con una corda legata alla scala. Inutile il disperato tentativo di rianimarla.

A quel punto aveva chiamato il cognato della vittima, un poliziotto, che precipitatosi a Baida trovò Daniela distesa sul divano con addosso una coperta. Fu allora che si accorse del profondo solco sul collo.

I primi sospetti sul vigile del fuoco erano legati ad un messaggio WhatsApp che Ioco aveva inviato al cognato: “Ciao Enzo ti prego non mi isolare. Sto impazzendo non ce la faccio, penso continuamente le stesse cose e so di essere responsabile di tutto. Chiamami”.

E fu al cognato che fornì una versione diversa rispetto alla precedente: Daniela Rincione aveva manifestato il desiderio di cimentarsi con l’arrampicate e quindi aveva deciso di farla esercitare in casa fissando una corda alle travi a cui aveva legato una imbracatura. Il resto del racconto, e cioè quello relativo al risveglio e al ritrovamento del cadavere, era lo stesso solo che aggiunse di avere simulato lui l’impiccagione con la corda legata alla scala.

L’autopsia ha confermato la morte per “impiccamento atipico”. Non c’erano segnali sul corpo della donna che potessero fare ipotizzare il soffocamento o lo strozzamento. Non c’è stato neppure l’intervento di una terza persona per l’impiccagione visto che non c’erano segni di colluttazione o di difesa altrimenti presenti qualora la vittima avesse tentato di sottrarsi al cappio.

E non era neanche ipotizzabile un’impiccagione avvenuta mentre la donna era incosciente o semi incosciente visto che non c’erano tracce di droghe o alcol nel sangue che giustificassero l’incapacità di Rincione di opporre resistenza.

Ed ecco la conclusione a cui è arrivato prima il pubblico ministero e ora il giudice. È vero che c’erano state delle liti fra i due, come testimoniato dai vicini anche la sera del decesso, ma non ci sono elementi per sostenere l’accusa di omicidio in giudizio.

Le indagini sono state “lunghe e copiose”, così le definisce il giudice. Il vigile del fuoco ha in parte mentito e alterato lo stato dei luoghi ma lo avrebbe fatto perché temeva di essere incolpato essendo l’unico presente in casa con la vittima. Il gip Marfia conclude che “non emergono elementi utili da ritenere che quella notte si sia consumato un omicidio e non un suicidio”.


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