In questa foto, scattata da Marco Fiorella, che ha seguito la cronaca per il nostro giornale, c’è un momento prezioso, uno dei tanti vissuti a Brancaccio, martedì pomeriggio.
Si celebrava la memoria liturgica di Padre Pino Puglisi. E si insediava Don Sergio Ciresi, in parrocchia, a ‘San Gaetano’. Un pensiero commosso va a Don Maurizio Francoforte, un amico che ci ha lasciato troppo presto. Un pensiero grato va a chi, come Valentina Casella, con altri palermitani dal cuore grande, da anni, si fa in quattro per il bene nel quartiere.
Un pensiero immenso a Don Sergio, un uomo generoso che guarda agli altri e, solo all’ultimo, si occupa di se stesso. Forse.
Un pensiero affettuoso, infine, a ‘Don Corrado’, che guida al meglio le anime di Palermo, in un frangente non semplice. La Chiesa, da Palermo a Monreale, grazie alla sensibilità di un altro arcivescovo coraggioso, ‘Don Gualtiero’, si sbraccia, scende in campo, indicando una via.
Illumina la notte dello Zen. Difende Brancaccio e tutte le periferie dimenticate. Quelle che certi palermitani ‘perbene’ vorrebbero sempre più lontane. Magari chiuse con dei recinti. I palermitani ‘perbene’ e ipocriti: uno dei problemi di questa città. In mezzo a una moltitudine.
La paura e la sicurezza a Palermo
Dopo l’omicidio di Paolo Taormina, la questione della sicurezza – carsica e sopita, quando non succede niente – ha ripreso le forme di un’emergenza violentemente attuale.
Sono state messe a punto le ‘zone rosse’. Si avverte il bisogno della presenza dello Stato, per ripristinare diffusamente il circuito della legalità. Il nostro quesito ai lettori sulla necessità o meno dell’Esercito a Palermo sottolinea, anche, il riflesso della paura, con i suoi risultati.
Ma ci vuole molto di più. Per quanto si sorvegli, si stia attenti, si organizzino blitz e controlli, non è pensabile che tutte le strade siano pattugliate. E’ necessario impostare il discorso sulla crescita complessiva della comunità, sulla capacità di arrivare con parole corrette e azioni coerenti, soprattutto nei quartieri più ‘trascurati’, come dice don Enzo Volpe. La Chiesa di Palermo lo sa da tempo e agisce di conseguenza. E la politica?
Il senso di un abbraccio
Torniamo all’abbraccio tra l’arcivescovo e il parroco. C’è, per fortuna, una realtà che invita alla speranza. C’è una promessa: noi siamo qui. Oltre le ferite.
C’è un invito: combattete la battaglia giusta con noi. Una mobilitazione a cui dobbiamo rispondere. Palermo si salva se ognuno opera un cambiamento, partendo dall’autocritica, non soltanto dalle sacrosante denunce.
Invece, qualcuno, perfino tra gli insospettabili, preferisce guardare la partita dagli spalti. Come se non lo riguardasse. Ci sono immancabilmente, purtroppo, gli ignavi, i professionisti della viltà.
Che si eclissano nell’ora dell’impegno. E tornano per dare giudizi, nell’ora della sconfitta. Oppure, in altre storie, si appropriano di una vittoria che non gli appartiene. Ma quell’abbraccio a ‘San Gaetano’ segna, a suo modo, un confine. L’umiltà di una lotta difficile non sarà mai l’alibi della cinica rassegnazione di tanti.
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