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Palermo, la campagna elettorale inizia male

Brutta partenza della campagna elettorale a Palermo, non c'è dubbio. A destra gli scontri, continuati fino a ieri soprattutto...
L'ANALISI
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Brutta partenza della campagna elettorale a Palermo, non c’è dubbio. A destra gli scontri, continuati fino a ieri soprattutto tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, hanno determinato subito una miriade di candidati a sindaco della quinta città d’Italia per poi confluire, tra mille mal di pancia, sul nome di Roberto Lagalla. Immancabili le polemiche per l’intervento surreale a favore di Lagalla di Marcello dell’Utri, condannato per concorso esterno, e di Totò Cuffaro, condannato per favoreggiamento aggravato alla mafia, sempre favorevole a Lagalla, che non si è limitato ai “consigli per gli acquisti” ma è andato ben oltre rifondando a suo dire, con un suo partito, la Dc.

Nel mezzo i renziani che con la loro solita dose di ambiguità si sono ritrovati, tifando Lagalla con tanto di manifesti, non più dentro un contesto “civico” ma proprio nel cuore della destra. Matteo Renzi voleva fare marcia indietro intuendo che quella intrapresa possa costituire una strada senza ritorno verso una collocazione nel centrodestra, anche nell’immaginario collettivo, di Italia Viva ma i suoi in Sicilia, a cominciare da Davide Faraone che aveva ritirato la candidatura a sindaco a beneficio dell’ex Magnifico Rettore, non se la sentono di rimettere tutto in discussione senza la minima possibilità di un altro candidato di riferimento.

Un bel pasticcio? No, nessun pasticcio, quanto piuttosto la normale conseguenza di una politica intesa come una sorta di gioco al Monopoli in cui contano le furberie, le caselle conquistate, le poltrone assicurate, lo scambio di spezzoni di potere: il Comune a me, le circoscrizioni a te, la Regione a lui, le partecipate a quell’altro, eccetera eccetera. Sì, perché sullo sfondo ci sono le elezioni regionali e la ricandidatura di Nello Musumeci non gradita, usiamo un eufemismo, da Gianfranco Miccichè leader siciliano, non incontrastato, dei berlusconiani. Manca un progetto, mancano valori condivisi, regole concordate.

A sinistra? Da quelle parti, è vero, si è giunti a una candidatura unitaria, Franco Miceli, un po’ prima ma lì l’errore è stato compiuto a monte bisticciando sul perimetro delle alleanze e negando lo svolgimento delle primarie che quando organizzate in tempo e convintamente sono sempre una festa della democrazia. Tanto più che la competizione poteva risultare davvero interessante considerato il numero dei possibili partecipanti. L’errore che, invece, potrebbe essere compiuto adesso da Miceli e dai partiti della coalizione, pensiamo principalmente al PD, al M5S (in atto particolarmente agitato) e a Sinistra civica ecologista, è quello di ulteriori bisticci sul quadro delle alleanze, di concentrarsi sugli attacchi all’avversario e di non premere piuttosto l’acceleratore sulla scrittura “dal basso” del programma e sulla formazione di liste forti e numerose.

Ricordiamo, ci torneremo, che il voto alle liste o ai candidati al consiglio comunale automaticamente si estende al candidato sindaco collegato, il famoso o famigerato “effetto trascinamento”. Non è un dettaglio in tempi di astensionismo record, di indifferenza e insofferenza nei confronti della politica. Il consenso dato esclusivamente al parente, all’amico o a chi si stima indipendentemente dalle appartenenze può fare la differenza. 


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