PALERMO – C’è qualcuno che regge i fili della mafia a Brancaccio. Lo fa da prima degli ultimi inquietanti episodi. Due incendi in pochi giorni: il primo ha distrutto quattro furgoni in un parcheggio di via Antonio Saetta; il secondo ha danneggiato un escavatore in va Amedeo D’Aosta.
Inevitabile pensare al racket. I furgoni distrutti dalle fiamme sono di proprietà del titolare di alcuni parcheggi e di una rivendita di pneumatici. Lo scorso settembre, grazie alla sua denuncia, i carabinieri del Nucleo investigativo hanno arrestato Filippo Bruno e Francesco Capizzi.
Una storia di pizzo che andava avanti da anni. Ad incassare nel tempo sono stati personaggi come Girolamo Celesia, Pietro Asaro e Nino Sacco, tutti noti alle cronache. Così come lo è colui che avrebbe fatto da intermediario, Cosimo Fabio Lo Nigro.
Il pizzo e l’intermediario
Lo Nigro ha scontato una condanna per mafia e oggi è un uomo libero a differenza del cugino e suo omonimo, killer del gruppo di fuoco di Leoluca Bagarella (incaricato di trovare l’esplosivo per uccidere Giovanni Falcone, fece parte del commando che uccise don Pino Puglisi e che organizzò le stragi del 1993), e del fratello Antonino.
Quest’ultimo in carcere è tornato nel 2002. A lui era molto legato il boss emergente della mafia di Brancaccio, Giancarlo Romano, assassinato nel febbraio 2024. A piede libero è pure il capomafia Nino Sacco, l’ultimo in ordine di tempo ad essere stato scarcerato per fine pena. Ha finito di scontare la pena poco prima che venisse rivolta la richiesta estorsiva per il negozio di pneumatici: pizzo e ingresso in società di un uomo del clan.
La famiglia Tagliavia
Lo Nigro non è stato in grado di fermare la richiesta o forse neppure ci ha provato nonostante siano stati monitorati degli incontri in un bar in cui sembrava davvero che volesse mettere le cose a posto. Lo Nigro ha un’altra parentela che conta. La nonna è Agata Tagliavia, della omonima potente famiglia mafiosa che ha accolto a braccia aperte un altro scarcerato eccellente. Da pochi mesi ha finito di scontare la condanna Pietro Tagliavia. Nessuno ha il suo blasone mafioso, visto che è figlio di Francesco, ergastolano per le stragi di via D’Amelio e via dei Georgofili.
I Tagliavia devono le loro fortune economiche, quelle ufficiali si intende, al commercio del pesce. Per ultimo gestivano un negozio di surgelati di via Franz Liszt, a Palermo, di cui era socia la moglie di Pietro Tagliavia. Il boss nell’agosto 2014 si presentò al commissariato Zisa-Borgo Nuovo. Teneva in mano un sacchetto con le microspie piazzate dagli investigatori nel quadro delle luci d’emergenza e in una presa elettrica.
Assieme a Tagliavia, nel 2017, era stato arrestato anche il cognato Giovanni Lucchese, figlio di Antonino che sta scontando l’ergastolo per gli omicidi dei poliziotti Ninni Cassarà e Roberto Antiochia. Johnny Lucchese aveva deciso di pentirsi, poi fece marcia indietro. I suoi familiari non lo avevano seguito nella scelta. A cominciare dalla moglie, Rosalinda Tagliavia, che aveva rifiutato la protezione dei poliziotti.
Torniamo alla richiesta di pizzo al titolare della rivendita di pneumatici. Durante le visite per convincerlo a a pagare, gli esattori facevano riferimento, senza mai nominarlo, a qualcuno che conta con il quale prima o poi la vittima avrebbe dovuto fare i conti viste le sue resistenze.
Anche Lo Nigro avrebbe accennato alla necessità di parlare “con chi di competenza” per mettere a posto le cose. Qualcuno in grado di dettare ordini ancora a piede libero. “Questi sono guai”, ripeteva Lo Nigro. I guai procurati da una squadra di esattori del pizzo.
L’omicidio Romano
Per conto di chi agiscono? C’è sempre un filo che lega il passato al presente nel mandamento di Brancaccio, un tempo regno dei fratelli Graviano. I soldi oggi si fanno con la droga e le scommesse.
Gli affari degli stupefacenti sono stati affidati per un periodo a Giancarlo Romano ucciso due anni fa allo Sperone. Alcuni mesi prima la polizia aveva fermato un uomo alla guida di uno scooter Honda Sh in via Messina Marine. Nel vano porta casco c’erano due buste di cellophane sigillate con 56 mila euro in contanti. L’uomo disse che erano i soldi del Tfr e stava andando a comprare una macchina. Era una bugia.
Lo scorso novembre è stato condannato a 18 anni di carcere Giuseppe Arduino. Nel 2011, fino al giorno del suo precedente arresto faceva il portiere d’albergo e nella gerarchia mafiosa era un gradino sotto Nino Sacco. Ha atteso in carcere il suo turno. Nel 2020, finita di scontare una condanna a 10 anni, avrebbe preso in mano lo scettro del potere.
Mafia, a Brancaccio il boss è libero
Il movente del delitto Romano sarebbe legato ai debiti che Camillo e Pietro Mira – padre e figlio – avevano accumulato nei confronti di Romano per il giro di scommesse clandestine.
Ci fu un summit all’interno di un bar in corso dei Mille. Vi partecipò anche Giuseppe Arduino. Si discusse della gestione delle piazze gestite dalla mafia a Brancaccio e furono ribadite le regole di un giro di affari le cui pedine devono ancora essere svelate. Il 9 febbraio 2023, il capomafia di San Lorenzo Nunzio Serio, arrestato l’anno scorso dai carabinieri, aveva urgenza di parlare con qualcuno a Brancaccio. Contattò Carmelo Sacco, pregiudicato per stupefacenti e nipote di Nino Sacco, il boss che ha saldato il conto con la giustizia l’11 maggio 2024. Era stato arrestato nel 2011, oggi è uno degli scarcerati di Brancaccio.

