Per sempre colpevole - Live Sicilia

Per sempre colpevole

La storia del siciliano Carmelo Musumeci
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Carmelo sopravvive nella terra di nessuno. Non è completamente morto, perchè può respirare. Non è completamente vivo, perché non può fare cose normali come accarezzare chi ama. L’ergastolo è la sua sepoltura. Almeno la pena di morte ti toglie gli abbracci, ma non ti permette di guardare in viso l’eternità della disperazione.
Chi è il siciliano Carmelo Musumeci? Una prima risposta la dà, via mail, Nadia Bizzotto – volontaria esperta di celle e chiavistelli – che va  a trovarlo in carcere: “E’ nato ad Aci Sant’Antonio nel 1955 ma è emigrato dalla Sicilia da quando aveva 6 anni. Ha vissuto sempre e si è fatto una famiglia in Versilia, vicino a Viareggio dove vive tuttora la sua famiglia. Gestiva bische clendestine e traffico di stupefacenti entrando in conflitto con altre bande rivali, per questo motivo e per la natura della sua associazione è stato condannato in base al 416 bis, senza però avere mai contatti con la mafia siciliana. Condannato all’ergastolo si trova nel carcere di Spoleto. La sua famiglia vive in Toscana. Oltre alla compagna, ha due figli, Barbara e Mirko e due nipotini, Lorenzo e Michael. Egli ama definire tutti loro come “La luce dell’uomo ombra”.

 “Ha scontato finora 20 anni di carcere – si legge nella biografia -. Entrato con la licenza elementare, quando era all’Asinara in regime di 41 bis riprese gli studi e da autodidatta ha terminato le scuole superiori. Nel 2005 si è laureato in giurisprudenza con una tesi in sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo”.

Qualche altro dettaglio si ritrova negli archivi dei giornali. Scrive “Repubblica” in un pezzo intitolato “Attacco alla piovra nel cuore della Toscana”: “Sono spuntati all’ alba, all’ improvviso. Hanno circondato ville, perquisito appartamenti, arrestato almeno ventisei persone, messo quasi kappao uno dei clan mafiosi che da mesi insanguina la Versilia. Coordinati dal reparto operativo speciale di Livorno, i carabinieri sono entrati in scena a Pisa, Livorno, Pistoia, Lucca, Massa, La Spezia, Montecatini. In mano avevano decine di avvisi di garanzia da presentare a uomini di punta, luogotenenti e gregari della banda che, secondo gli investigatori, si muove in Toscana agli ordini di Carmelo Musumeci. Fra gli arrestati c’ è anche lui: il presunto boss.. Carmelo Musumeci, catanese, pregiudicato, fino a qualche tempo fa ospitato da parenti in Francia, da sempre in contatto con la Toscana, sarebbe il capo del clan al quale appartenevano molti degli uomini arrestati ieri dai carabinieri. Sarebbe lui l’ uomo che con i suoi amici fidati ha combattuto negli ultimi mesi una guerra spietata con una banda rivale”. Nel pezzo si parla di vendette e omicidi compiuti dalle due fazioni.

Carmelo ha una penna incisiva. I blog e i siti che si occupano di carcere ospitano spesso i suoi pensieri. Nel febbraio del 2010, ha scritto:  “Non mi sento innocente, ma neppure colpevole, piuttosto mi sento innocente di essere colpevole. La mia storia giudiziaria è semplice, lo dice la motivazione di condanna che mi ha condannato per un omicidio alla pena dell’ergastolo, che, nonostante la grande differenza fra verità vera e quella processuale, ha stabilito: “In un regolamento di conti il Musumeci Carmelo è stato colpito da sei pallottole a bruciapelo, salvatosi per miracolo, in seguito si è vendicato e per questo è stato condannato alla pena dell’ergastolo”. In molti casi non ci sono né vittime, né carnefici, né innocenti, né colpevoli, perché sia i vivi che i morti si sentivano in guerra. E quando ci si sente in guerra, al processo non ci si difende, si sta zitti e ci si affida alla Dea bendata. Non si maledice la buona o la cattiva sorte, anche se si pensa spesso che i morti sono stati più fortunati dei vivi se i vivi sono stati condannati all’ergastolo”.

Altrove, Carmelo Musumeci ha scritto: “Molti di noi sono stati criminali perché spinti fin da bambini e ragazzi alla violenza da uno Stato ingiusto e assente. E ora che mi sono ribellato di questa violenza e liberato dalle catene della cultura di dove sono nato e cresciuto lo Stato mi consiglia di collaborare per interesse, tornare a essere criminale come prima. Mi consiglia di ridiventare cattivo, cinico e opportunista, di cercare nel male la libertà, “morte tua vita mia” (levare la libertà a te per avere la mia). Non ti accorgi della libertà fin quando non la perdi e ora che ne conosco il valore, non la potrò mai fare perdere per personale interesse a nessuno. A qualcuno che si è rifatto una vita, che lavora onestamente, che è un buon cittadino e un buon padre di famiglia. È inaccettabile per una società civile e uno Stato di diritto barattare la propria libertà con quella di qualche altro. Questa non è giustizia! È becera vendetta e odio. Il perdono ti fa amare il mondo, la vendetta te lo fa odiare”.

Ancora, si legge: “La pena dell’ergastolo ostativo-senza benefici-opprime la vita, senza ammazzarti, ma negandoti persino una pietosa uccisione. La pena dell’ergastolo ti toglie tutto, persino la possibilità di morire una volta sola, perché si muore un po’ tutti i giorni. E’ una morte civile che ti tiene in uno stato di sofferenza insopportabile, perché è crudele fare coincidere la fine della pena con la fine della vita. Una pena che non finisce mai, è una pena disumana. La pena dell’ergastolo è una pena troppo crudele e inumana per non distruggere il migliore o il peggiore degli uomini. Molti ergastolani non sono più quelli che erano una volta. Per questo alcuni di noi non capiscono perchè devono continuare a scontare una pena che non finisce mai, per reati che non commetterebbero più”.

Carmelo Musumeci sopravvive sepolto. Un corpo senza carezze. Una mente senza spazi. Un cuore senza aria. Livesicilia ringrazia Nadia Bizzotto per averci raccontato la sua storia. Resta la domanda di fondo: è giusto che un uomo sia colpevole per sempre?


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    Roberto Puglisi accende un faro su un problema enorme. Quanto dura la colpa? I soggetti collegati sono molteplici: il colpevole, la vittima, la società. Per il primo, di solito, la durata è effimera e ne comprendiamo le ragioni. Per la vittima, se non riesce a perdonare, la colpa è eterna e ne comprendiamo le ragioni. Per la società di uno Stato di diritto l’espiazione della colpa mira alla rieducazione, ma anche al riequilibrio dell’ordine e della sicurezza offesi e delle regole violate; quest’ultimo tempo è deciso dai codici. Come vediamo le colpe sono tre, quanti infatti sono i protagonisti. Sono logicamente, umanamente, ma ingestibilmente tre. E come la severità può essere ingiusta, altrettanto può esserlo la clemenza. Fin dall’antichità il concetto di giustizia è stato tradotto in quello di equità che vuol dire: giustizia del caso singolo. Singolo riferito al colpevole, evidentemente. Il che lascia intendere che così, con una pena equa, la società sarà risarcita, ma non lascia certezze sul riequilibrio dei diritti, in senso lato, della vittima (o dei suoi familiari). E se in uno Stato di diritto, com’è il nostro, le regole danno un limite alle rivendicazioni della vittima, nulla possono su quell’altra condanna, atroce, che grava sul colpevole: la retroattività del suo essere considerato criminale e la perennità morale di questa condizione.
    Un omicida perde, dopo il crimine, anche la propria identità precedente pur se proba. Sarà visto come un nato mostro. E dopo l’espiazione sarà guardato come un mostro potenziale e non del tutto cessato rispetto al passato.
    A che mirano queste riflessioni? Forse ad accompagnare Puglisi in questa sua, come altre, bella battaglia.

    Se Aldo Sarullo ci dà una mano siamo a cavallo. Saluti affettuosi

    Se una pena non ha come fine ultimo la speranza di una riabilitazione persino la pena di morte apparirà più umana.

    Faccio il cronista da qualche anno. Non da troppi per abituarmi, se mai ci riuscirò, alle sbarre di una cella come limite all’orizzonte umano. Non ce la faccio. Neppure se mi trovo di fronte il più incallito dei boss. Di quelli che hanno massacrato vite umane senza provare il minimo risentimento. Mai. E tutto per via di quel pomeriggio d’agosto. Uno dei tanti trascorsi al lavoro. Meno male, dico oggi alla luce dell’esperienza che vi consegno con la presunzione che sia utile al dibattito. “Fine pena mai” c’era scritto su un documento che avrebbe dovuto raccontarmi la storia giudiziaria di un uomo condannato, giustamente, per uno di quei tanti, troppi, massacri di cui sopra. Quale storia? La storia è fatta di progressione. Di passaggi. Di cose fatte e altre da fare. Non importa se saranno poche o tante. Sgomento. Mani fredde. Respiro affannoso. L’allora giovane cronista prova, per la prima volta, una sensazione sgradevole. Sbatte contro una vita e non contro un nome e cognome da sbattere sul giornale. La domanda oggi è la stessa di allora. Come si vive sapendo che non c’è speranza. A volte chiudo gli occhi e vorrei essere nella cella di un condannato all’ergastolo per guardarlo nei suoi di occhi sperando che siano la strada giusta per giunngere dentro il suo cervello. Per capire cosa si provi in quella situazione. Comprendere. Resto immobile pochi secondi. Giusto il tempo per provare la voglia, irrefrenabile, di spalancare le palpebre e dire a me stesso: meno male che sono fuori. Meno male che io con quel “fine pena mai” nulla c’entro. E’ un modo per lavarmene le mani. Per non capire. Per non comprendere. Non ho risposte. E forse non voglio averne. Lo ammetto. Voglio solo dubbi. Restare sospeso fra il sacrosanto diritto dei familiari a vedere il carnefice pagare, per sempre, per i peccati commessi e quello, di ciascuno di noi, di dire “ho sbagliato. Pagherò il prezzo, ma datemi l’occasione, un giorno, seppure lontanissimo, di saldare il mio debito”. Non mi resta che rifugiarmi nell’atemporalità. Roba filosofica. Spicciola, senza presunzione alcuna. Forse il tempo, come noi ce lo siamo imposti, complica le cose. Sto scappando. Sono un codardo. E su questo tema, resterò tale per sempre. Per sempre: forse questo è il mio “fine pena mai”. Il “fine pena mai” di tutti noi uomini che scegliamo il bene e non il male. Che ci proviamo, almeno. Partecipo al dibattito senza avere risposte. Scusatemi, ma quel “fine pena mai” di tanti anni fa risuona, quotidianamente, dentro di me.

    Grazie per questa preziosa testimonianza

    Inaccettabile è che la pena sia “per sempre”, negando qualsiasi possibilità di cambiamento o di “redenzione”, per usare un termine caro ai cristiani, a chi è colpevole.

    sono un agente di polizia mi ha profondamemte colpita la storia di Carmelo penso che in questa Italia ci sono sempre due pesi e due misure liberatelo

    paola ma quali crisiani gesù perdonò maddalena disse scagli la prima pietra chi è senza peccato quest uomo sta morendo ogni giorno ma che legge c è in questo stato una figlia uccide fratello e madre e viene liberata x rieducarla dio perdonali perchè non sanno quello chi fanno

    non capisco perchè siamo tutti dei pecoroni

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