Il presidente Leonardo Guarnotta era su una delle macchine nel convoglio delle scorte quel giorno a piazza Croci. Da giudice istruttore visse gli anni più drammatici del contrasto a Cosa nostra. Ecco il suo ricordo. Quarant’anni dopo.
La vita è fatta di fattori casuali che possono sconvolgerla e cambiarla. Il 24 novembre 1985 riuscii per caso a partire da Milano, dove ero andato come giudice istruttore. Eravamo in ritardo io e il collega pm, per i nostri impegni. Partimmo lo stesso, facendo presente gli appuntamenti della mattina successiva, il 25 novembre.
Se fossi rimasto a Milano, forse non ci saremmo trovati con Paolo Borsellino in via Libertà, a piazza Croci. Io non ci sarei stato e Paolo probabilmente avrebbe scelto un’altra strada. Eravamo amici, ci trovavamo bene, avevamo lo stesso carattere e ci piaceva passare del tempo insieme.
Dopo l’incidente sono sceso dalla macchina, per capire cosa fosse successo, mentre Paolo è rimasto come impietrito. Avevo un pensiero, tra gli altri: mio figlio frequentava il ‘Meli, aveva tredici anni’. Ma poi ho saputo che era uscito prima.
La ferita enorme per quel lutto, per quanto accaduto, è ancora aperta. Penso spesso con tanto affetto e tantissimo dolore a Biagio, a Giuditta, alle loro povere famiglie. La città degli anni Ottanta era blindata, viveva in un clima di terrore. Alla vigilia del maxi-processo, le misure di sicurezza erano necessarie.
Siamo stati le cause involontarie di una tragedia. Abbiamo centuplicato il nostro impegno di contrasto a Cosa Nostra, in quegli anni. Io, Paolo, Giovanni, sapevamo di essere precari, di correre pericoli enormi. Ma perché anche Biagio e Giuditta? Tre anni fa, il fratello di Biagio, Vincenzo, mi ha abbracciato (nella foto) durante un incontro pubblico. Porto con me la memoria di quell’abbraccio che ricambio ogni giorno.
(testo raccolto da Roberto Puglisi)

