Processo Revenge 3, ergastolo per Lo Giudice - Live Sicilia

Processo Revenge 3, ergastolo per Lo Giudice

Pioggia di condanne nel processo Revenge 3, per la parte che si celebra con il rito abbreviato. Per 5 degli imputati, accusati di 9 omicidi compiuti tra il 2001 e il 2010, è stata inflitta la pena dell'ergastolo. Carcere a  vita per Sebastiano Lo Giudice ritenuto uno dei reggenti del clan Cappello Caratteddi. L'abbraccio di Lo Giudice - Le parole del pentito Musumeci sull'omicidio Lo Faro - L'omicidio in diretta  LE RICHIESTE DI PENA 

CATANIA – Una sentenza storica quella di Revenge 3 per la Dda di Catania. I sostituti procuratori Pasquale Pacifico e Lina Trovato hanno portato sul banco degli imputati presunti affiliati del Clan Cappello – Carateddi accusati di essere i mandanti e gli esecutori di alcuni degli omicidi più efferati che si sono verificati a Catania tra il 2001 e il 2010. Nella terza aula bunker di Bicocca, dove si è celebrata la parte del rito abbreviato del processo, Il Gup Laura Benanti si è pronunciata accogliendo quasi tutte le richieste di pena, pesantissime, presentate dai due pm lo scorso 14 gennaio dopo quattro udienze di requisitoria dell’accusa. Tre mesi lunghissimi in cui il Giudice per le udienze preliminari ha ascoltato le arringhe dei vari difensori. Oggi si è data lettura della sentenza nel corso di un’udienza pubblica, davanti ai parenti degli imputati. Lo Giudice era in video-conferenza.

LA SENTENZA. Carcere a vita per Sebastiano Lo Giudice, Orazio Privitera, Vito Acquavite, Antonino Bonaccorsi e Antonino Stuppia. Queste le pene più pesanti inflitte dal Gup Laura Benanti nel processo Revenge 3, per la parte che si celebra con il rito abbreviato, e che ha come imputati affiliati del Clan Cappello – Carateddi. 30 anni, invece, per gli altri imputati: Antonino Aurichella, Agatino Di Mauro, Alessandro Guerrera, Giovanni Musumeci, Orazio Musumeci, Giuseppe Platania, Alfio Sanfilippo e Natale Squillaci. Assolto, invece,  Antonino Bonaccorsi con la formula per non aver commesso il fatto.

Il Gup ha condannato anche Lo Giudice, Bonaccorsi Orazio e Acquavite a risarcire i 4 familiari di D’Angelo che si sono costituiti parti civile, ad ognuno spetta la somma di 40 mila euro. Inoltre il giudice Benanti ha disposto che la sentenza di condanna all’ergastolo sia affissa all’albo pretorio del Comune e pubblicato nel sito del ministero della giustizia per 15 giorni.

L’INCHIESTA – Il filone Revenge, partito con la prima operazione il 23 ottobre 2009,  ha fatto luce sugli equilibri del Clan Cappello e in particolare del gruppo dei Carateddi che storicamente gestisce le piazze di spaccio del rione San Cristoforo. L’inchiesta Revenge abbraccia un arco temporale che si spinge fino al 2007 e scatta la fotografia di due nuclei della cosca, la prima sulla famiglia capeggiata secondo gli inquirenti da Giovanni Colombrita e la seconda, la squadra dei Carattedi, con reggenti Orazio Privitera e Sebastiano Lo Giudice (conosciuto come Ianu U Carateddu).

La prima operazione Revenge focalizza l’egemonia del Clan dei Carateddi, che erano riusciti a diventare (secondo le ricostruzioni delle indagini) il gruppo più forte dei Cappello, tanto da detenere il monopolio del traffico di cocaina. La droga proveniva dalla Campania e i responsabili dei canali di approvvigionamento erano Gaetano D’Aquino (diventato collaboratore di giustizia) e Antonino Aurichella, mentre Lo Giudice organizzava gli affari delle piazze di spaccio (che secondo le stime della polizia riuscivano a fruttare tra i 30 mila e i 40 mila euro al giorno). Potere e denaro che ha permesso ai Carateddi di diventare il braccio armato del Clan.

Tra il 2001 e il 2010 le strade catanesi sono macchiate da molto sangue e l’inchiesta Revenge 3, avvalendosi di intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, individua mandanti e killer di 9 omicidi di mafia. Solo Sebastiano Lo Giudice, sfuggito alla cattura nell’esecuzione dell’ordinanza Revenge e arrestato dalla polizia nel marzo del 2010 durante un summit in una stalla di San Cristoforo, è accusato di 7 delitti. Fatti di sangue che sarebbero da ricondurre a vendette interne o a nuovi equilibri che si sono venuti a creare tra i vari gruppi della criminalità organizzata catanese.

Revenge 3 svela anche “particolari rituali” delle famiglie appartenenti alle cosche. Il cimitero è quasi un luogo “sacro”: parlare ai morti a voce alta dei progetti, delle vendette e dei regolamenti di conti era un abitudine emersa in molte indagini. L’intuito degli investigatori porta a installare una telecamera e una microspia nella lapide di Gaetano Fichera, uomo affiliato al clan, ucciso secondo i Carateddi da Giacomo Spalletta, degli Sciuto Tigna che a sua volta sarà freddato nel 2008. L’omicidio, tra i nove del processo Revenge 3, ha dei riscontri investigativi “interessanti” proprio dalle intercettazioni ambientali e video che ritraggono Lo Giudice pochi minuti dopo l’uccisione di Spalletta andare davanti al loculo di Fichera e abbracciare la vedova.

Il clan Cappello si rinforza di nuovi elementi provenienti da cosa nostra catanese. Revenge mostra migrazioni di uomini di spicco provenienti da tre gruppi affiliati ai Santapaola che scelgono di transitare nella squadra dei Carateddi. Franco Crisafulli, di San Cristoforo, Strano di Monte Po e Squillaci dei Martiddina di Piano Tavola. Movimenti che vengono confermati anche dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia come Gaetano D’Aquino, Gaetano Musumeci, Natale Cavallaro e il boss Santo La Causa. Anche le condanne in primo e secondo del processo Revenge I, nello stralcio del rito abbreviato, sanciscono l’appartenenza al Clan Cappello di alcuni ex santapaoliani.

In questo quadro si muovono gli equilibri del clan Cappello che vuole affermarsi sul territorio, conquista che viene scandita da una serie di omicidi, alcuni dei quali necessari anche ad evitare una guerra di mafia. L’uccisione di Nicola Lo Faro (non inserita nel processo Revenge ma per la quale è stato già condannato in primo grado, tra gli altri, Sebastiano Lo Giudice) avvenuta il 4 maggio 2009 serve proprio a fermare una faida tra i Cappello e i Santapaola scatenata dall’omicidio di Giuseppe Vinciguerra. Nel dispositivo della sentenza, nel capitolo del movente, vengono riportate alcune intercettazioni dell’inchiesta Revenge in merito a due incontri dove viene deciso che Lo Faro deve morire, su ordine di Orazio Privitera, per evitare lo scontro con i Santapaola. Di questo motivazione ne da riscontro anche il collaboratore Gaetano Musumeci.

Lo Giudice, detto Ianu u Carateddu, è riuscito – secondo le risultanze investigative di Revenge – anche a portare il clan Cappello ad essere accreditato presso Cosa nostra palermitana, privilegio che fino a quel giorno era spettato solo alla cosca Santapaola. La cupola riconoscerebbe, quindi, al clan Cappello l’appartenenza alla mafia siciliana, questo grazie – secondo le ricostruzioni degli investigatori e dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori – ai rapporti che Lo Giudice si era creato al carcere di Bologna dove era detenuto nel 2006 insieme al figlio del boss Lo Piccolo, Calogero. Quando Lo Giudice esce dalla galera, nel 2007, prima di tornare a Catania passa da Palermo dove si ferma per un paio di giorni. Questo rapporto con Cosa Nostra palermitana si cementa di anno in anno permettendo al clan di avere l’egemonia sul territorio catanese, e come detto, soprattutto sul florido traffico di cocaina.

Il cuore, però, viene sventrato con l’operazione Revenge che squarcia i vertici di quello, ritenuto dagli inquirenti, il braccio armato dei Carateddi. Indagini e arresti che hanno colpito così in profondità il clan tanto da portare al progetto, nel 2012, di eliminare Pasquale Pacifico, sostituto procuratore della Dda di Catania e titolare delle inchieste sul gruppo criminale.

 

 


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