Dove nasce l’odio che si respira e che inquina la faticosa dolcezza delle nostre esistenze? Quale mano ha spalancato i tombini, permettendo il passaggio del risentimento in forma di liquame? Chi ha isolato il reflusso gastrico, eleggendolo a manifesto dei tempi? Uno e due: ecco la filigrana che tutto spiega.
Nello ‘Strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde”, Robert Louis Stevenson scriveva così, anticipando una, a lui ignota, descrizione postuma: “Mi avvicinai alla verità, la cui parziale scoperta doveva portarmi a un così spaventoso naufragio: che l’uomo non è in verità uno, ma duplice”.
Uno e due. Uno è il cittadino che, mediamente, rispetta il galateo dei rapporti umani e le istituzioni. Che, se incontrasse, in un caffè di Palermo, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo saluterebbe con la deferenza dovuta alla carica e all’uomo. Due può essere la stessa persona, smarrita nella vastità dei social, convinta di trovarsi in un universo parallelo, che, per esempio, pubblica cose orrende all’indirizzo del Capo dello Stato. E, magari, alcuni di coloro che hanno ammorbato la sacralità di un dolore, atrocemente richiamando la vicenda di Piersanti Mattarella, con riferimento al fratello di stanza al Quirinale, ogni 23 maggio e ogni 19 luglio si recano all’Albero Falcone o in via D’Amelio.
Uno santifica i martiri dell’antimafia. Due ne sporca la memoria, forse, senza nemmeno rendersene conto. E rischia conseguenze processuali che non credeva, ritenendosi al sicuro in una sorta di assemblea d’istituto permanente. Lo stesso individuo separato da sé. Scrisse il poeta Valerio Magrelli: “Di mondi, ne possiede addirittura due. Allora quale abita, la sua mente bicamerale? Forse è in affitto, e qui sta la radice della doppiezza”.
Uno e due, appunto. E l’odio che tracima. E tutti che odiano tutti. Classici a parte, viene addosso il linguaggio urente di Napalm 51, la maschera compiuta dell’odiatore inventata dal sublime Crozza, mentre spande il seme della rabbia: “ Vergogna, vergogna, vergogna. Bastardo, bastardo, bastardo. Condividi, condividi, condividi. Clicca, clicca, clicca…”. Napalm con il numerino, il facinoroso sabotatore di ogni logica che teorizza le trame della lobby dei termometri. Un colon irritabile e instancabile. Due si muove nella galassia dello spurgo, avulsa dal resto. Uno traffica nel cucinino all’ora di cena.
Perché il doppio odia con tanta incessante abnegazione? Forse, perché accecato dalla rivalsa. Era abituato alla solitudine dell’ultimo banco. Qualcuno ne ha innaffiato la frustrazione, suggerendogli di cercare un colpevole, un arbitrario capro espiatorio delle sue sventure su cui riversare la bile.
Il bicameralismo del pensiero e l’ira dell’escluso: ecco il suggestivo cocktail, l’identità generica e possibile dell’Hyde in connessione, scollato dall’ordinarietà di Jekyll. Ma ci sono pure i raffinatissimi, gente da primo banco, sedicenti acculturati dal veleno felpato, dalla citazione dotta che nasconde il pungiglione avvelenato. Vasto è il catalogo dell’odio e dei figuranti che lo mettono in scena.
Una tale somma di livori – lo spettacolo a cui assistiamo nella secrezione massima – non è spuntata per parto istantaneo. E’ stata selezionata da anni di contumelie. La politica che incorniciava l’avversario di sempre da combattere nell’abito del nemico di abbattere ha tracciato la strada. I giornali che inventavano nomignoli di spregio per la ‘casta’ e i suoi presunti componenti l’hanno percorsa. E vai con il rispetto declassato a buonismo, con il rutto promosso a rango di idea: come esporre al Louvre il cazzetto dipinto sul marciapiede.
Nessuno può chiamarsi fuori. Tutti, pressapoco, abbiamo partecipato alla giostra dei liquami e degli sputi. Non c’era sempre un Presidente della Repubblica coinvolto, non c’erano sempre accuse e notizie di reato, e questo ha reso il degrado meno evidente, nonché penalmente irrilevante. Quasi tutti, però, siamo stati, almeno in una occasione, affittuari dell’oltraggio; la bonarietà di Jekyll e l’istinto violento di Hyde insieme. E abbiamo creduto che i social fossero la pozione magica per andare di là e tornare di qua, intoccati e irreprensibili. Il mantello dello stimato medico e il bastone del picchiatore alternati nella nebbia dei controsensi.
Ma chi ha letto il romanzo di Stevenson sa che, a un certo punto, Jekyll non riesce più a controllare l’invadenza dell’inquilino peggiore, perciò si trasforma in Hyde senza volerlo. L’odio che inquina la dolcezza faticosa delle nostre esistenze, infatti, mai obbedisce al comando di una tardiva assennatezza. Se lo butti fuori, se lo espettori, non lo richiami con un fischio. Se lo lasci libero, può sbarcare nel mondo reale a sfregiare e colpire. Va con le sue gambe, come un Pinocchio impazzito. Cammina, cammina, l’odio, e non si lascia acchiappare più.

