PALERMO – Una mafia “acefala” ma che è ancora “ben radicata” e che tende “costantemente” a ricostituire la vecchia ‘Cupola’. Queste le conclusioni contenute nella relazione relativa al lavoro svolto dalla commissione Antimafia regionale nel 2025. Il documento sarà portato all’attenzione dell’Ars per una seduta ad hoc nella quale il presidente della commissione, Antonello Cracolici, illustreraà i dettagli del lavoro svolto.
La relazione della commissione Antimafia dell’Ars
Il testo è figlio del lavoro dei commissari che in sette mesi hanno ascoltato prefetti, forze dell’ordine e magistrati delle province siciliane. Incontri serviti alla Commissione per aggiornare le proprie conoscenze sulla presenza di Cosa nostra nei singoli territori.

Il business della droga
La principale fonte di introiti resta il traffico di droga, “settore nel quale la mafia – si legge – è stata in grado di sviluppare importanti relazioni con altre forme di criminalità organizzata presenti in altre regioni, soprattutto la ‘ndrangheta, e all’estero”. E il “desiderio di creare e mantenere un mercato degli stupefacenti proficuo – osservano i commissari – è anche la ragione ultima per la quale è stata mantenuta una pax mafiosa con la stidda”, nelle zone dove quest’ultima è presente.
Non mancano, però, i segnali preoccupanti di “fibrillazioni mai sopite” che danno vita a scontri violenti a colpi di armi da fuoco: uno scenario che, secondo la commissione presieduta da Cracolici, riguarda la provincia di Catania con qualche estensione anche al Ragusano.
Allarme racket: “Nessuno denuncia”
C’è poi il racket delle estorsioni, che “continua a costituire un caposaldo dell’azione mafiosa sul territorio”. L’aspetto del denaro in senso stretto, tuttavia, appare oggi in secondo piano: per l’Antimafia regionale chi oggi mette in pratica il pizzo lo fa soprattutto per “affermare il controllo del territorio”. Questo si traduce in richieste estorsive di natura “quasi simbolica”, ma “estese a tutto il tessuto sano”. Continuano ad essere frequenti, inoltre, forme di “racket alternativo”, che passano dall’imposizione di forniture o dall’assunzione di personale ‘segnalato’ dai clan.
L’Antimafia poi lancia l’allarme: sul racket “continua a registrarsi una preoccupante forma di acquiescenza, quando non addirittura di collaborazione attiva, da parte delle vittime”. Queste, come spiegato dagli inquirenti in diverse audizioni, tendono a negare l’estorsione anche di fronte alle evidenze. Tutto questo anche a costo di finire a loro votla sotto accusa per reticenza.
“Scarsissime, quasi nulle, le denunce – si legge nella relazione -. Una costante delle indagini condotte nelle nove province sembra essere quella per cui gli inquirenti si imbattono in fenomeni estorsivi solo nell’ambito di altre indagini, e non per via di denunce dirette da parte delle vittime”. In questo scenario “anche il mondo dell’associazionismo antiracket appare indebolito rispetto a qualche decennio fa”.
Il ritorno dei vecchi boss
Calandosi nelle varie realtà, inoltre, la commissione Antimafia dell’Ars rileva due dati “allarmanti” figlie dell’ascolto degli inquirenti e delle forze dell’ordine. In primo luogo il ritorno di vari boss sul territorio, che dopo avere scontato pesanti condanne negli anni Novanta e Duemila dimostrano capacità di reinserirsi con “immutata pericolosità” nel tessuto criminale.
Il carcere e i telefonini
Il secondo elemento, denunciato da Cracolici anche nel corso della presentazione della relazione, riguarda la disponibilità di cellulari anche nelle aree di massima sicurezza delle carceri. “Sono ritenuti indispensabili come le forchette e i coltelli per mangiare”, ha spiegato Cracolici in conferenza stampa. La commissione, a questo proposito, invoca “un urgente rafforzamento delle misure volte ad arginare questo grave e preoccupante fenomeno”.

