Ritratto in bianco e nero - Live Sicilia

Ritratto in bianco e nero

Maurizio Zamparini
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La trasformazione è compiuta. Maurizio Zamparini, da presidente di una squadra di calcio, è diventato fenomeno di costume. “Il Foglio” di sabato gli dedica una fotona a tutta pagina, a corredo di un pezzo complessivo dal titolo: “Quelli che i soldi li buttano”. Scrive Beppe Di Corrado: “La passione per il pallone l’ha portato in una terra dove avrebbe potuto sviluppare il suo vero business, quello dei centri commerciali (…). Il pallone è un mezzo, la follia dei suoi conti economico-finanziari serve ad alimentare aziende che, invece, sono sane”. E’ una lucida analisi sulla maionese impazzita. E Zamparini ci sta bene, visti i recenti fatti di cronaca. Ci sta, appunto, come l’uovo che impazzisce e manda all’aria la maionese.

A riguardo, esistono due note e consolidate scuole di pensiero filosofiche. La prima. Zamparini “vulcanico” (sic), uno spiritello folle tra le rughe di un capitano d’affari. Un umorale. Un passionale. Uno che prende per il bavero il senso comune e lo strattona. E’ la decalcomania che piace a tutti. Piace ai giornalisti e sai che pacchia poter contare su uno così, quando titoli e argomenti latitano. Basta comporre il numero – e il presidente risponde sempre – per avere una gustosa fetta di carne da collocare in apertura. Piace a tantissimi tifosi, a coloro che seguono la pista della forza, le orme del potente. Non è una critica. E’ la fotografia di una porzione di Palermo. Dopo Zamparini il diluvio, è la cantilena. Potrebbe pure essere. La serie A – la storia sportiva dei campionati ce lo insegna – non è un diritto divino per il blasone. E’ il frutto di una intelligente trama economica. Certo, resta da spiegare l’originale acume di chi tiene a libro paga troppi tecnici, in un portafoglio solo, per quanto capiente.

Seconda scuola di pensiero. Zamparini è un furbo di tre cotte. L’irruenza è un abito, la maschera di un personaggio che cela il volto esatto della personalità. E’ il legame che tiene avvinto un presidente al suo popolo questa sapiente messa in scena della follia. Gli umili vi si riconoscono, nelle proprie rabbie, nelle bizze contro il sistema. E che importa se è uno che si intarsia a perfezione nell’organicità dell’andazzo a denunciarne i torti. Sono i tempi della forca e della ghigliottina. Sono i giorni del “purché si gridi…”. I toni alti, poi, sono leve di comando. Addomesticano con uno sbuffo i giornalisti che, a Palermo, sono addomesticati già in felice autonomia. Tengono sulla corda la platea rosanero con il reiterato me-ne-vado-no-rimango. Il nostro non tralascia i colpi di scena. Ogni tanto chiama comparse in forma di sceicco nel suo teatrino delle marionette. Mica per sempre. Appena appena per l’oretta necessaria a far sollazzare i bambini. Tutto verace? No – affermano gli autori e simpatizzanti della seconda ideologia – ricordatevi la maschera, la finzione. Zampa è un cinico – sostengono – che intride le sue intenzioni sincere di specchi. Il riflesso ti acceca.

Questo ritratto, per echi, in bianco e nero, soffuso di chiaroscuri, non ha la pretesa di spiegare il mistero Zamparini, affascinante punto di domanda del nostro evo, in mancanza di meglio. Forse, ha ragione Di Corrado, nell’identità del patron convivono l’accorto aziendalista e il bambino con le sue voglie bimbe. Così, il percorso e irregolare. Insomma, non c’è speranza di venirne a capo. Tanto il pallone ricomincia a rotolare, con la sua santità, con la sua capacità di levigare torti e ragioni in nome di un sogno a buon prezzo. E Zamparini lo sa. Ci conta. Lo sanno pure il bambino ruzzolante e l’adulto esperto che – si dice – gli rappezzino l’orlo di un’anima inquieta.


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