CATANIA – L’unica parte civile ammessa nel processo scaturito dalla maxi inchiesta sulla formazione professionale “Pandora”, che svelò il presunto sistema messo in piedi da Giuseppe Saffo, è quella della Regione Siciliana. La terza sezione penale del Tribunale di Catania, presieduta dal giudice Maria Pia Urso (A latere Dorotea Catena e Consuelo Currao) nel corso dell’ultima udienza ha sciolto la riserva sulla richiesta di costituzione di parte civile nel procedimento avanzata da alcuni lavoratori. Il tribunale, oltre a rigettare le richieste, ha anche revocato quelle già accolte dal Gup. Nessun ex dipendente, dunque, è stato ammesso come parte civile nel processo.
Una decisione, come detto, che ribalta quella del Gup che in sede di udienza preliminare aveva ammesso la costituzione di parte civile di alcuni lavoratori. Si tratta di una questione squisitamente tecnico-giuridica quella che ha portato il Tribunale a dichiarare inamissibili 46 atti di costituzione di parte civile. In totale sono 47, è stata infatti revocata anche quella dell’Anfe nazionale. La presidente Urso, nella lettura dell’ordinanza, ha evidenziato come la valutazione della legittimità della richiesta (di costituzione di parte civile) deve misurarsi sul parametro della dimostrazione “dell’attitudine del reato a provocare conseguenze dannose nei confronti delle persone fisiche o giuridiche” e inoltre deve essere ben motivato il nesso di “causa effetto” tra i fatti di reato e l’evento che ha provocato il danno. Un parametro che prescinde dalla richiesta sostanziale del risarcimento, dal momento che tutte le questioni afferenti all’effettiva sussistenza del danno e alla sua quantificazione sono rimesse ad un secondo momento. Per il Tribunale nell’esposizione delle richieste di parte civile non sono state “compiutamente esplicitate le ragioni che avrebbero in concreto impedito l’adempimento degli obblighi retributivi e contributivi”.
Ai lavoratori, dunque, che vantano decine di mensilità arretrate e il versamento del Tfr (di cui gli imputati come si legge nella richiesta di rinvio a giudizio si sarebbero indebitamente appropriati) non resta che la strada della causa davanti al Tribunale Civile.
Definite queste fasi preliminari il processo dalla prossima udienza entrerà nel vivo del dibattimento. Il procedimento scaturisce dall’indagine condotta dal nucleo di Polizia Tributaria della Finanza di Catania e coordinata dal sostituto procuratore Alessandro La Rosa. L’inchiesta nell’ottobre del 2013 portò alla luce il sistema “Saffo”, dal nome di uno dei principali imputati Giuseppe Saffo, ex segretario del Sib, ex presidente dell’Anfe Catania e titolare del Lido Le Palme della Playa. La Procura avrebbe scoperto che decine di milioni di euro di fondi pubblici stanziati per la formazione professionale sarebbero stati dirottati verso progetti fantasma e affari. Un vero sistema di scatole cinesi.
Tra i nomi eccellenti imputati nel processo ci sono Francesco Cavallaro, nipote di Saffo, Concetta Cavallaro, Manuela Nociforo, Elenora Viscuso, Domenico La Porta, Rosa Trovato, Giuseppe Bartolotta, Biagio La Fata, Giuseppe Saffo e Francesco Cavallaro. In totale sono 35 le persone portate a giudizio. Le accuse, a vario titolo, vanno dall’associazione a delinquere finalizzata alla truffa, peculato, tentata truffa aggravata, ricettazione, ma anche emissione fraudolenta di fatture per operazioni inesistenti. Gli investigatori della Guardia di Finanza hanno monitorato ogni movimento di denaro, riuscendo a ricostruire come le somme sarebbero state utilizzate e gestite. Nel ciclone Pandora sono finiti i punti di riferimento della formazione siciliana: oltre all’Anfe di Catania, anche l’Iraps, l’Amfes e l’Isvir.

