"Se ad uccidere è un bacio | Ma torneremo ad abbracciarci"

“Se ad uccidere è un bacio | Ma torneremo ad abbracciarci”

“Se ad uccidere è un bacio | Ma torneremo ad abbracciarci”

Gli studenti e il Covid-19. La lettera di Francesco Costanzo, del "Galilei" di Palermo.

CORONAVIRUS
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Dopo la lettera di Alice D’Agati, studentessa di Palermo all’ultimo anno del Liceo scientifico, riceviamo e pubblichiamo quella di Francesco Costanzo, classe V N del Liceo Galilei di Palermo. Così gli studenti, costretti alle lezioni a distanza, vivono questo momento di emergenza, di paura, ma anche di speranza.

Un garrito.

A volte può bastare anche un solo garrito a farci perdere nel meccanismo complesso della nostra mente.

La sera, al balcone, mentre tento di far volare via i brutti pensieri, ascolto i gabbiani: il loro verso si espande nel cielo spento, quasi a ricordare che questa fine sia solo una pausa, che la luce si sia solo allontanata per qualche minuto.

Quindi mi interrogo: “Vogliono rammentarci che le nostre vite ci stanno aspettando? O forse stanno solamente gioendo, perché si sono riappropriati del cielo?”

Sicuramente avvertono che qualcosa sia cambiato.

Tuttavia, potrebbero mai immaginare che sia stato un bacio a spegnere la luce? Che sia stato un abbraccio ad uccidere una persona?

Neanche io ci rifletto spesso.

Ascolto numeri, statistiche, discussioni, dimenticando che siano riferiti a contagiati, guariti, morti.

La mattina accendo il computer, interagisco con i professori, prendo appunti, mi convinco che sia normale: io posso farlo.

Un altro ragazzo nel frattempo finge di ascoltare, perché la sua mente gli ricorda ogni secondo che quella video-lezione e la morte del nonno, dello zio o del padre abbiano causa comune.

Quindi ripensa all’ultima volta che ha abbracciato il suo caro, dimenticandosi che sia morto per un gesto simile: uno scambio di parole, una stretta di mano, un bacio di sfuggita.

È questo il motivo per cui a 18 anni mi rifiuto di credere che questo faccia parte di un disegno, che sia stato progettato.

Ascolto di persone che attribuiscono le colpe a Dio e sorrido amaramente all’idea che la causa stessa della vita possa anche solo avere intenzione di spingerci verso la morte.

Rispetto il pensiero di chi lo accusa, o di chi al contrario lo supplica di porre fine a tutto questo, perché l’istinto ci porta sempre ad individuare un segmento all’interno di una retta: trascorriamo ogni attimo della nostra esistenza all’insegna dei “perché” e dei “quindi”.

Tuttavia, non riesco ad accettare che al di là ci sia un arbitro universale, che sceglie chi merita la vita e chi no.

Trovo maggiore pace nel pensare che Dio, Allah, l’ordine delle cose (o qualsiasi nome gli si voglia attribuire) non decida, perché ogni avvenimento si sviluppa per caso, con meno razionalità.

Tutti noi infatti, superata la mezzanotte di questo triste giorno, per prima cosa torneremo a baciarci e ad abbracciarci. Ciò perché il contatto diventa più importante del ragionare, non a caso esso distingue l’essere umano dagli altri animali.

Fino a poche settimane fa infatti mai avrei pensato di dover seguire le lezioni attraverso uno schermo o di poter parlare solo tramite una chiamata.

E mentre mi impegno a rendere tutto ciò la normalità, ecco che i gabbiani tornano e mi ricordano che qualche giorno fa i rumori della città coprivano il loro garrito.

Quindi cade una lacrima al pensiero di tutte le persone che si spengono e ai loro cari che soffrono, e mi chiedo perché un gesto d’amore possa portare tanto dolore.

È un attimo, perché poi mi accorgo che non ci sia niente di cui stupirsi: d’altronde, anche la Bibbia spiega che Giuda tradì Gesù con un bacio.


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