PALERMO – “Guarda quel negro figlio di puttana, ve ne dovete andare nel vostro paese invece di venire qua a non fare nulla”. E giù botte. Khalifa Dieng, il ragazzo senegalese picchiato giovedì a Partinico, ripete il suo racconto ai pubblici ministeri e aggiunge nuovi particolari. Adesso ha paura. I carabinieri, su input della magistratura, lo proteggeranno nella comunità che lo ospita da due anni.
Nel frattempo si deve dare un volto alle persone protagoniste di quella che viene definita un’aggressione razzista. Era arrivato in Italia fuggendo dalla violenza e di violenza è rimasto vittima in Italia. Finora è stato identificato e denunciato a piede libero Gioacchino Bono, operaio di 34 anni. Dieng, che parla un italiano fluente, lo ha riconosciuto fra le tante foto segnaletiche di un album che gli è stato mostrato dai carabinieri quando è andato in caserma per la denuncia. Non gli è sfuggito neppure un particolare distintivo, forse un tatuaggio al braccio.
Si vanno delineando i contorni della vicenda. È giovedì sera quando il giovane appena ventenne si trova in compagnia di un dipendente della comunità che lo ospita. Fanno un giro in bicicletta per rintracciare un ospite non ancora rientrato. Qualcuno riferisce di averlo visto al bar di piazza Santa Caternina. Ed è qui che arrivano in bicicletta.
Dieng resta fuori ad aspettare che l’amico, un ragazzo siciliano, entri per prendere informazioni. Un uomo, poi identificato in Bono, inizia a urlare mentre è seduto ai tavolini. Lo avrebbe affrontato muso duro, colpendolo al volto. Bono non è da solo. Altre due, forse quattro persone, tengono il giovane senegalese da dietro per le braccia, mentre altri lo picchiano. Dieng se la caverà con delle ferite al volto e un problema all’orecchio. Ha ancora un cerotto vicino al lobo.
“Lasciatelo stare”, grida qualcuno che assiste alla scena e ferma gli aggressori. Le indagini delle prossime ore passano dall’acquisizione del racconto del testimone e probabilmente dai filmati. La telecamera di un esercizio commerciale potrebbe avere ripreso la scena. Dieng adesso ha paura. È arrivato in Sicilia nel giugno 2016, a bordo di un barcone della speranza. Si porta dietro i segni dell’incubo vissuto in uno dei lager dove in Libia ammassano i migranti in attesa della partenza. Zoppica per colpa delle sevizie che ha raccontato di avere subito. In Italia si sentiva al sicuro. Ha pure ottenuto un contributo dall’assessore alle Attività sociali del Comune di Palermo che gli consente di lavorare in un’impresa di rimessaggio alla Cala. Di lui a Partinico parlano tutti bene. Mai un eccesso o qualcosa che lo facesse notare in negativo. Eppure c’è chi avrebbe deciso di sfogare contro di lui una rabbia che covava. Bono ha negato tutto. Ha sostenuto di avere assistito a una rissa a cui non ha preso parte.
Il procuratore aggiunto Marzia Sabella e i sostituti Calogero Ferrara e Alessia Sinatra credono al racconto del giovane senegalese. Contestano a Bono l’ipotesi di reato di lesioni personali, aggravate dai motivi razziali. Solo dopo che saranno individuati gli altri presunti aggressori si valuterà se chiedere o meno l’applicazione di un’eventuale misura cautelare.

