Si resta medici a vita

Si resta medici a vita

Quella telefonata che cambia tutto.
GAROFANO ALL'OCCHIELLO
di
4 min di lettura

Prima di uscire dal portone inforca gli occhiali da sole, indiscutibile suggello di vacanza; poi si abbottona fino al collo, l’aria del mattino è ancora fredda nonostante la primavera incipiente. Quindi esce, non una nuvola. Il passo è svelto, ma non c’è nessuna fretta; avrebbe potuto alzarsi più tardi oggi, ma alle sei e mezza era già in piedi; e quel caffè ingurgitato di corsa, che motivo c’era? Insomma, la vita da pensionato ancora non gli appartiene. “Pensione”, dice a sé stesso, “sarà bene abituarsi”.

Tre giorni fa la bicchierata con i colleghi. Tra frasi di circostanza e qualche scontata lacrimuccia finita anche in qualche fazzoletto non scontato, si era celebrata la liturgia di un commiato: da domani, l’etichetta di “Responsabile U. O. eccetera …” sarà preceduta dal piccolo prefisso “ex”. Non voleva pensarci molto, non trovava conveniente tradire commozione. Non voleva ammetterlo, ma coperto dalla confortevole prospettiva del riposo e della distanza da frenesia, scadenze ed urgenze, c’era un piccolo dolore. “Resto un medico, amici. Si resta medici a vita”; così aveva concluso.

Sarà meglio pensare ad altro, adesso. Ai dischi in vinile, per esempio; finalmente potrà mettere un po’ d’ordine in quello scaffale dell’armadio in cantina. Bisognerà rimuovere quintali di polvere accumulata sopra le copertine, ad innevare titoli di brani gloriosi e volti seppiati di epici jazzisti e bluesmen.

Poi bisognerà riprendere i contatti con questo e con quello; si dovrà rinnovare una serie di abbonamenti; ci sarà da andare per informarsi sul famigerato viaggio in Portogallo rimandato per anni; e c’è da tornare in libreria, e in biblioteca, e dagli amici del canile, … Tanto da fare; non ci sarà spazio per la noia, tanto meno per l’inerzia. E non vuole dirselo, ma bisognerà combattere in modo piuttosto deciso contro il cattivo pensiero di aver lasciato una guerra a metà, oltre a quel piccolo dolore acceso come una candela, quel malinconico suono di violino solista quando tutta l’orchestra smette a poco a poco di suonare, che si chiama nostalgia. Due sentimenti, unico dolore.

A casa, ieri pomeriggio Lina gli ha detto sorridendo che sarà dura per lei, adesso, averlo per casa, tra i piedi. Ma l’idea di sprofondare nella poltrona dello studio per troppe ore lo atterrisce; dovrà ritagliarsi uno spazio/tempo solo per lui, dunque dovrà contrattare con la padrona di casa. Sarà meglio portarle una piantina di primule al ritorno, per agevolare un patto di non belligeranza.

Camminando senza mèta si ferma al parco, dove una giostrina gira, immersa in un suono di campanelli e insulse musichette elettroniche. Un veicolo spaziale coloratissimo gli ruba l’attenzione; un piccolo astronauta ride eccitato, salutando la mamma ad ogni giro. Sorride anche lui; gli viene in mente quell’aforisma un po’ retorico per cui la vita stessa è una giostra. Chissà cosa dovrà ritornare ancora.

Un “vibrato” nella tasca del soprabito: il cellulare. “Direzione sanitaria”. Cosa vogliono, adesso? Qualche raro passante lo vede immobile e silenzioso, cellulare all’orecchio e sguardo marmoreo. Un’oretta dopo lo racconta a Lina. Le dice di ricordare solo frasi spezzettate, come “preziosa esperienza”, “emergenza pandemica”, “ulteriore collaborazione, ma temporanea”, “contratto specifico”, e ancora “stima, gratitudine, rispetto e tanto affetto”. Poi ricorda le ultime parole dall’altro capo del telefono, un cordiale “…allora ci vediamo lunedì, alle 12”. Ricorda anche di aver pensato di colpo alla guerra non ancora finita; asserisce anche che il veicolo spaziale che aveva fissato per tutto il tempo della telefonata, da coloratissimo che era, era diventato grigio.

Ancora in gioco, dunque? Ascoltandolo, Lina non mostra alcuna espressione di meraviglia. “Non ti vogliono mollare”. Come se avesse previsto tutto. Le mogli prevedono sempre tutto; anticipano le previsioni meteo annunciando temporali in arrivo; leggono pericolosamente nel pensiero altrui; hanno già il caffè pronto, o la camomilla, a seconda delle situazioni. Invece l’espressione di lui è seria, pensosa, rabbuiata. “Dovrò rivedere ancora i miei progetti, capisci?” Lina comprende benissimo; conosce bene il suo amato esemplare di homo faber. Sa che non è mai stato alla ricerca di gloria, tanto meno di gratificazioni economiche. Sa che è riuscita ad indurlo, negli anni, a distribuire il suo amore equamente alla famiglia e al lavoro. Sa che un profondo senso del dovere lo ha sempre ispirato e continua a farlo. Sa anche che, dentro di lui, passioni, sofferenze, competenze e umanità sono sempre state immerse in un tessuto connettivo di gioia. Dunque sa che ha già accettato.

Ok, ci vorrà ancora un po’ di attesa per il viaggio in Portogallo, di un extra time per gli amici del canile e di un supplemento di polvere sui dischi in vinile. Perché la sua giostra gira ancora; va bene così. Si resta medici a vita.

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