PALERMO – Commercianti e ristoratori ce la stanno mettendo tutta. Li vedi al di là delle vetrine che si danno un gran da fare. Misurano il locale, fanno la piantina per la disposizione dei tavolini all’aperto, sistemano gli adesivi per differenziare l’entrata e l’uscita dei clienti.
Sanno, però, che non tutto dipende da loro. Si attendono da un momento all’altro le linee guida del governo sulle riaperture. Tutti concordi: è già tardi, molti non ce la faranno ad essere pronti per lunedì. Si poteva e si doveva evitare la confusione. Non è andata così.
I locali ad oggi si adeguano alle linee guide dell’Inail e a quelle del primo decreto, quello di marzo, quando si parlava di distanziamento, ma non era ancora entrato in vigore il lockdown. La speranza è che non ci discosti troppo dalle regole di allora per evitare di avere speso inutilmente dei soldi, in un periodo in cui di soldi non ce ne hanno più.
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Chi apre sa già che parte da un segno meno che sarà difficile scrollarsi di dosso. Affitti, utenze, tasse, merce da pagare ai fornitori: bisogna pagare senza avere incassato neppure un euro. Le parole di Marco Mineo, titolare del Cavù, locale molto frequentato nel centro storico di Palermo, fotografano la voglia di ricomciare ma anche, purtroppo, lo sconforto dei ristoratori.
Incertezza, paura di essere sanzionati e multati per la difficoltà di orientarsi nella giungla dei provvedimenti, impegni economici da rispettare, una burocrazia asfissiante: Mineo si chiede ogni istante se convenga aprire in queste condizioni, e non esclude la possibilità di chiudere. Non guarda oltre i prossimi due mesi. Al momento la sua è una prospettiva a breve scadenza, si vive alla giornata. Aprirò, però. Perché come tutti ci proverà. Farà la sua parte, in attesa che altri facciano la loro.

