"Sono morta per restare": L'angosciante storia di Angelina - Live Sicilia

“Sono morta per restare”: L’angosciante storia di Angelina

Rossella Jannello rievoca una storia che fa tremare ancora le vene e i polsi.

Dalla Catania-Spoon River
di
3 min di lettura

CATANIA – Ha inquietato generazioni e generazioni di catanesi la vista di quel volto bianco come il gesso ornato da bulbi oculari spenti. Un cadavere, ecco di che si tratta: lasciato per tantissimi anni all’addiaccio, o quasi, all’interno del cimitero del capoluogo etneo. Più precisamente, si tratta dei resti mortali di una ragazza imbalsamata e sdraiata nella sua tomba posta all’interno di una cappella gentilizia lasciata da decenni all’incuria e al degrado. L’abito mortuario è quello di una giovane sposa. Un dettaglio che rende ancora più spettrale quella figura di donna e ancora più triste la storia che l’ha accompagnata alla morte. Rossella Jannello, autorevole firma de La Sicilia, l’ha raccolta e consegnata al grande pubblico con il libro la Bella Angelina (Cartagho ed. 2017). Già, perché così si chiamava: Angela Mioccio, figlia di un ricco commerciante di origine ebraiche, e morta suicida nel 1911.

Muore per una delusione d’amore. Muore perché il padre le impone di sposare un uomo che lei non ama. Muore perché il suo cuore è legato a quello di un cugino alla lontana. A diciannove anni, decide la via del vuoto, lasciandosi cadere dalla torre del castello di via Leucatia, residenza che il padre aveva fatto costruire per la figlia e il futuro marito. Aveva pianificato tutto, lui. Ma alla fine lei decide di sottrarsi ad un futuro che non le apparteneva. Di non starci, recidendo il legame con una vita che non valeva più la pena vivere. Non a quel prezzo, almeno. Il suicidio come scelta oltre la morale; una causa di morte che non va neanche nominata. Il rischio di essere sepolta senza esequie, da dannata, sarebbe stata un ulteriore umiliazione per una famiglia già devastata da una tragedia che contorce il naturale rapporto tra il vivere e il morire.

Il saggio di Rossella Jannello.

Rossella Jannello, supportata dalle ricerche di Santo Privitera e dagli scatti di Orietta Scardino, ricostruisce una vicenda affascinante che non può non incuriosire gli animi più sensibili. Rievoca una Catania-Spoon River che non c’è più; un mondo fatto di regole e liturgie non più tollerabili, dove i figli – anzi le figlie – sono un oggetto da possedere e disporre a proprio piacimento. Sia nella vita sia nella morte. Perché altrimenti imbalsamare la propria figlia, rendendola “prigioniera del proprio corpo”? Per conservarne le vestigia dei propri desideri; per dare un esito eterno a quell’abito matrimoniale che Angelina avrebbe voluto non indossare mai, non almeno per quell’uomo che lei non aveva mai scelto per se.  Una storia che ridesta gli aspetti più oscuri dell’animo umano e che fa tremare le viscere più profonde. La Jannello, con una lirica a tratti melanconica, riesce a dare riverbero ad un grido di dolore che viene direttamente dall’oltretomba.

Angelina è ancora lì, al cimitero: non più visibile però. La cappella di famiglia oggi è murata e dichiarata a rischio crollo. Le autorità hanno deciso così, dopo che negli anni Duemila un signore che dice di aver incontrato la ragazza in sogno, ha deciso di prendersene cura. Sistemandole i capelli, pulendole l’abito, arredando la cappella con bambole e orsacchiotti. Tutto vero. Una vicenda al limite, non c’è dubbio. Ma non sta a noi giudicare. Al massimo, possiamo rilanciare un appello affinché quell’imbalsamazione, sicuramente ben riuscita, sia destinata ad una dignità superiore.


Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI