"Sono prete grazie a mia madre" | Fabrizio e il presepe di Mondello

“Sono prete grazie a mia madre” | Fabrizio e il presepe di Mondello

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In tanti lo conoscono per l'Aperimessa. Ma il parroco dell'Addaura è anche e soprattutto altro. Qui si racconta.

PALERMO- Questa è la stagione in cui Mondello, di colpo, muore e comincia a sperare nella resurrezione estiva. La piazza di Valdesi raccoglie ombre, viandanti solitari, patiti del mare d’inverno. I negozi sono illusioni spente, appese al nulla. Solo i gatti più coraggiosi sfidano il gelo della borgata. Tutto si rattrappisce e si trasforma nel palcoscenico dell’abbandono.

La strada per l’Addaura si snoda in un’oscurità da vampiri e poeti maledetti. Imboccando il viottolo che conduce al complesso del ‘Roosvelt’, annoti un buio denso, appena interrotto dall’illuminazione delle villette sulla collina. In fondo, c’è una chiesa: Maria Santissima dell’Addaura.

Sono le sette di sera. L’ingresso della canonica è sbarrato. Circumnavigando con la macchina, si arriva nei pressi di una porticina che fa da lumicino nella notte. Bussi. Apre un ragazzo col basco, avvolto in una specie di vestaglia. Si chiama don Fabrizio Fiorentino: è il parroco della speranza che muore a dicembre, per rinascere a maggio.

Lui risponde al telefono, sistema il presepe, con l’aiuto dei collaboratori, dà un colpo di ramazza per terra, se è il caso. Le confessioni si prenotano, chiamando al cellulare parrocchiale. Gilda, una signora dai capelli bianchi, prepara il cestino della cena. Scusi, padre, ma almeno al telefono potrebbe andarci qualcun altro, no? “Lo tengo sul mio comodino. Io ci sono sempre. Seguo l’insegnamento di Papa Francesco: un prete non può disertare. Mai”.

Don Fabrizio si concede una sigaretta fuori dai suoi alloggi. La signora Gilda è un delicato fulmine di guerra nello sbrigare le faccende. Ha perso il suo Piero – il marito e il compagno di una vita – e si è dedicata a Santa Maria dell’Addaura. Padre Fiorentino è qui da quattro anni. E’ stato cappellano della polizia, ha collezionato qualche inciampo, in buonafede, come quando scrisse un certo tweet passato alla cronaca: “Dai – sorride lui con ironia -. Potremmo evitare di parlarne? Non lo riscriverei più, sono stato solo ingenuo”. Ed è stato intervistato in abbondanza perché, qualche anno fa, diede vita all’Aperimessa, un modo per evangelizzare in leggerezza: prima la celebrazione, poi la degustazione, quando il tempo è bello e tutto si svolge all’aperto.

Ritagli. La sostanza è altrove. In sacrestia campeggiano fotografie illustri. Il cardinale Pappalardo, seguito dai cardinali De Giorgi e Romeo. Alla parete, la foto in bianco e nero di una donna, con gli occhiali sorretti da una montatura degli anni Settanta. “Era la mia mamma. Si chiamava Gabriella. Se sono sacerdote, in piena coscienza e libertà, è anche per lei. Mi diceva sempre: ‘Fabrizio, non devi rendere conto a nessuno, fino all’ultimo puoi cambiare sentiero’. Un’esortazione che mi ha dato forza. Sapevo che la porta di casa sarebbe rimasta aperta per me”. A contorno dell’immagine, si avverte il profumo di una protezione, un odore non cancellato dagli anni.

“Perché, dunque, mi sono fatto prete?”. Fabrizio non ci riflette nemmeno un po’: “La prima volta, l’idea mi ha sfiorato a quattordici anni. E se n’è andata. Ero un ragazzino come tanti, pensavo solo a divertirmi. Infine è tornata, per non andarsene più. Ho affrontato tante esperienze, non solo quella da cappellano. Sono stato rettore di Santa Lucia, in via Ruggero Settimo. Con la collaborazione della comunità di Sant’Egidio abbiamo organizzato pranzi e sostegno per i poveri. Questa, adesso, è la comunità ricca di un quartiere di benestanti, ma assistiamo famiglie di altre zone della città. Ci sono parrocchiani che contribuiscono, consapevoli di un progetto”.

L’esperienza da padre spirituale della polizia ha lasciato una traccia visibile: “Ho parlato con molti ragazzi delle scorte. C’erano pure i sopravvissuti alle stragi. Li paragonerei all’acqua in cui è stato tirato un sasso infinito. I cerchi del dolore non cessano mai. Qualcuno, ancora oggi, scoppia a piangere e scappa a nascondersi, se solo sente il suono una sirena”.

Fabrizio ha conosciuto don Pino Puglisi, in seminario e nei campeggi messi su per rafforzare le vocazioni: “Di lui mi colpiva il rispetto. Non ti sottovalutava mai, prendeva i tuoi problemi sul serio. Negli ultimi tempi appariva più cupo, più imbronciato. Avremmo appreso dopo, troppo tardi, che viveva col fiato della morte sul collo. Molti si sono vantati di essere amici suoi e chissà se era vero. Don Pino era un grande prete di periferia. Non credo che esista un complimento migliore”.

Un’altra occhiata a mamma Gabriella: “Sì, mi ha dato fiducia. A un certo punto, mi sono detto: io sono questo, se mi vogliono…. Cosa sono io? Un medico delle anime, col telefonino acceso e sul comodino. Bisogna sapere ascoltare. La pastorale è composta soprattutto intelligenza della fede e frazione del pane, cioè, comprensione e condivisione”

Un’altra boccata d’aria. Il lume della porta offre un po’ di sollievo in tanto buio. Il ragazzo col basco risponde al cellulare: “Parrocchia…”. Ci sono anime in attesa, appese a un tenue chiarore. La signora Gilda sta finendo di sistemare il presepe. Accarezza i pastorelli, li guarda, come se fossero la sua famiglia. La capannina del Bambinello ha ancora un posto vuoto. Qualcuno che amavi muore sempre, al freddo e al gelo. Qualcuno, per fortuna, non smette di rinascere.

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