Superburocrati, ecco chi rischia | Tutti gli stipendi d'oro da tagliare - Live Sicilia

Superburocrati, ecco chi rischia | Tutti gli stipendi d’oro da tagliare

Ieri l'Ars ha approvato il nuovo tetto alle retribuzioni dei dipendenti pubblici. Dai dirigenti generali a quelli delle partecipate: ecco chi rischia, presto, di ricevere una busta paga molto più leggera. Ma per qualcuno, quella norma è solo un bluff.

PALERMO – Sconti. Sconti nel reparto “dirigenza”. La norma approvata ieri a Sala d’Ercole porterà a massicce riduzioni di stipendi, indennità e pensioni d’oro. Buste paga che luccicheranno un po’ di meno. Almeno nelle intenzioni di governo e Parlamento. Il primo, tramite il presidente Crocetta, ha avanzato la proposta: limite da 160 mila euro a stipendi e pensioni dei dipendenti pubblici . L’Ars ha approvato quelle modifiche, nonostante qualche dubbio e qualche accusa di “populismo”.

È stato il caso, ad esempio, della deputata di Articolo 4 Valeria Sudano, che nel suo intervento si è rivolta così al presidente Ardizzone: “Lei non doveva accogliere questo emendamento, visto che è chiaramente inammissibile”. Una “bacchettata”, raccolta con un’espressione quasi rassegnata del presidente: “E lei ha anche ragione”, ha mormorato dalla sua poltrona.

E a dire il vero, Ardizzone ha anche ampiamente motivato il motivo alla base dei dubbi sulla portata di quella norma. Sui tetti agli stipendi. Tutto sta nell’articolo 14 dello Statuto siciliano. “L’Assemblea, nell’ambito della Regione e nei limiti delle leggi costituzionali dello Stato, – si legge – senza pregiudizio delle riforme agrarie e industriali deliberate dalla Costituente del popolo italiano, ha la legislazione esclusiva” su alcune materie. Tra queste, quella riguardante “lo stato giuridico ed economico degli impiegati e funzionari della Regione, in ogni caso non inferiore a quello del personale dello Stato”. Insomma, è l’Ars che deve decidere sugli stipendi – anche – dei dirigenti regionali. E questi non possono andare al di sotto degli omologhi statali. Anche a Roma, in effetti, è stato recentemente fissato un tetto alle retribuzioni. Ma niente a che vedere con quello voluto da Rosario Crocetta. Per i manager statali infatti è di 240 mila euro. Stando alla posizione di Ardizzone, il limite agli stipendi dei siciliani non può essere inferiore a quello.

“Bizantinismi”, ha protestato qualcuno. Tra questi, Antonello Cracolici che aveva proposto una norma simile, pochi giorni fa. Ma un po’ più “generosa”: quel limite doveva essere di 200 mila euro. E contro gli “azzeccagarbugli” che vogliono fermare il virtuoso tentativo di riduzione delle spese, ovviamente, si sono scagliati anche i renziani dell’Ars e i grillini. E anche il centrodestra, che – pur sottolineando i rischi di una deriva demagocica – ha protestato – ad esempio con le parole del capogruppo della Lista Musumeci Santi Formica – ricordando come “i politici hanno applicato le riduzioni ai propri stipendi previste dal decreto Monti. Adesso tocca alla burocrazia”. E non sono mancate, nel corso della seduta le allusioni – se non i riferimenti diretti – alla misteriosa busta paga del Segretario generale dell’Ars, Sebastiano Di Bella.

Ma davvero quella norma fissa, finalmente, un limite, un tetto? Lo strumento in sé certamente non è illegittimo. Come ha ricordato lo stesso Cracolici in Aula, la Regione ha già deciso in questo senso, nel 2007, fissando un limite omnicomprensivo di 250 mila euro. Era un’altra epoca. Quella nella quale i dirigenti generali potervano incassare ogni anno cifre pari o persino superiori al vecchio miliardo di lire. Il tetto di Lombardo ha già posto un primo argine. Ma il problema – stando agli addetti ai lavori – è legato soprattutto a due fattori. Il primo riguarda le retribuzioni, l’altro le pensioni. Nel primo caso, infatti, trattandosi di modifiche a contratti collettivi, sarebbe necessaria proprio una ulteriore contrattazione. In sede di rinnovo contrattuale, insomma, dovrebbe essere inserito il nuovo tetto. La norma approvata ieri – stando a qualche giurista, quindi – apparirebbe solo come un atto di indirizzo all’Aran, l’ente che ha il compito proprio di discutere i contratti dei regionali. Un ente che i renziani vorrebbero chiudere. Ma che al momento è presieduto da Claudio Alongi. Il marito di uno dei burocrati (il più alto in grado alla Regione, per essere precisi) a dover subire quella decurtazione: il segretario generale Patrizia Monterosso.

Sulle pensioni, invece, lo scoglio sarebbe legato all’acquisizione, da parte dei pensionati, di diritti ormai inalienabili. Il tetto, insomma, scatterebbe solo per i nuovi trattamenti pensionistici. Una cosa è certa. Se la norma dovesse trovare davvero applicazione, gli “sconti” sarebbero in alcuni casi massicci. Davvero convenienti.

È il caso di Anna Rosa Corsello, ad esempio. Tra il ruolo di dirigente generale del Lavoro, quello ad interim alla Formazione e quelli di commissario liquidatore di Multiservizi e Biosphera, la sua busta paga sfiora l’attuale tetto. Il risparmio, qui, oscilerebbe tra gli ottanta e i novanta mila euro. Sconto che si avvicina al 40%, insomma. Circa 68 mila euro invece perderebbe in busta paga il dirigente generale dell’Ufficio legislativo e legale Romeo Palma, 60 mila in meno guadagnerebbe Patrizia Monterosso che aggiunge alla carica di Segreterio generale di Palazzo d’Orleans anche quelle di componente del cda di Irfis e Kore di Enna. Supera i 50 mila euro invece il taglio che verrebbe apportato allo stipendio del direttore generale di Irfis Enzo Emanuele e a quello del “collega” di Sicilia e-Servizi Dario Colombo. Perderebbe circa 43 mila euro, invece, il direttore generale dell’Arpa Francesco Licata di Baucina. Tagli significativi anche per lo stipendio di Antonino Giuffrè, direttore generale del Ciem (34 mila euro), per il dirigente generale del dipartimento affari extraregionali Maria Cristina Stimolo (16 mila euro), il direttore generale dell’Esa Maurizio Cimino e il Ragioniere generale Mariano Pisciotta (10 mila euro a testa). Verrebbero soltanto “limati”, invece, gli stipendi della maggior parte dei dirigenti generali della Regione. Una quindicina di loro, infatti, guadagna cifre che oscillano tra i 161 e i 169 mila euro.

Paradiso dei mega-contratti invece è l’Irsap. Lì il più ricco è il direttore generale Giuseppe Francesco Barbera: per lui un totale complessivo di oltre 240 mila euro lordi annui. A seguire ecco Dario Castrovinci, dirigente dell’ufficio periferico di Siracusa (quasi 210 mila euro lordi annui), uno stipendio un po’ più “prestigioso” di quelli di Fernando Caudo (202.700 euro lordi), Francesco Gallo (201 mila euro lordi), Giuseppe Sutera Sardo (anche per lui stipendio di oltre 201 mila euro). Per Antonino Montalbano, lo stipendio sfiora i 200 mila euro, mentre quello di Piero Re è di quasi 187 mila euro. Tutti a rischio, adesso.

Così come a rischio sono gli stipendi dei mega-burocrati dell’Ars. Il palazzo di vetro voluto da Giovanni Ardizzone è offuscato soprattutto nella zona che riguarda lo stipendio del segretario generale Sebastiano Di Bella. È indubbio, però, anche stando alle tabelle di riferimento dell’Ars, che questo superi – e abbondantemente – il tetto. Poi ecco i megastipendi di una trentina di consiglieri parlamentari (circa 200 mila euro, al massimo dell’anzianità) e le mega-pensioni.

In questo caso pare sia più complicato intervenire. Ma ovviamente non mancano i “casi”, nemmeno qui. Due su tutti: quello dell’ex segretario generale Tomasello, a riposo ad appena 57 anni con una pensione mensile di circa 12 mila euro netti al mese. Che al lordo superebbe di gran lunga il nuovo tetto. Così come – per la Regione – nel caso di Felice Crosta. Che fu dirigente nell’epoca d’oro, quella dei burocrati da un miliardo di lire. Ma adesso i tempi sono diversi. Questa è l’epoca degli sconti.


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