PALERMO – “Visto che le affermazioni di Giraudo non hanno fondamento, sono portato anche a ritenere che la Procura di Palermo abbia colto per l’ennesima volta l’opportunità di riproporre una teoria concepita nel suo ambito negli anni novanta del secolo scorso, mirata alla ricostruzione di quel periodo della storia nazionale definito giornalisticamente come quello degli ‘anni di piombo'”. Lo ha detto il generale dei carabinieri, Mari Mori, rendendo spontanee dichiarazioni al processo sulla trattativa nel quale è imputato, replicando alle accuse di Massimo Giraudo, colonnello dell’arma, che è stato sentito nelle scorse udienze. “La tesi – ha proseguito Mori – sosteneva che alcuni appartenenti a movimenti indipendentisti e organizzazioni di tipo mafioso, collegati e coordinati da Licio Gelli, si proponessero la spartizione del territorio nazionale secondo precisi interessi illeciti. La teoria, nota come ‘sistemi criminali’, dette luogo a un’indagine svolta sotto la direzione della Procura. Le attività investigative iniziate nel marzo 1994 si conclusero sette anni dopo, il 21 marzo 2001, con l’archiviazione chiesta dalla stessa Procura, perché quelle tesi, malgrado il favore di una certa stampa e il sostegno di un ben preciso ambito culturale e politico, non condussero a nulla, in quanto si evidenziarono come una ricostruzione teorica frutto di presupposti ideologici che non trovavano nel concreto nessun elemento probante di conferma”.
“No ho mai fatto parte di alcuna loggia massonica. Al contrario del giornalista Mino Pecorelli che era iscritto alla P2. C’erano anche i generali Miceli e Maletti, ma anche il capitano Labruna, al contrario degli ufficiali all’epoca in forza al Raggruppamento Centri CS, in cui io ero inquadrato, nessuno dei quali, a cominciare dal colonnello Federico Marzollo risultava e risultò legato ad ambienti massonici. Questo è un dato facilmente accertabile consultando gli atti della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla P2″. Lo ha detto il generale dei carabinieri Mario Mori, rendendo dichiarazioni spontanee al processo sulla trattativa in cui è imputato, replicando alle dichiarazioni del colonnello Massimo Giraudo che invece aveva parlato di contatti tra Mori e la P2. “Per quanto riguarda Licio Gelli – ha proseguito – osservo solo che, se costui aveva necessità di intrattenere rapporti con il Servizio italiano dell’epoca, e non penso che vi siano oggi più dubbi a riguardo, non aveva certo bisogno di lambiccarsi il cervello su come fare, cercando magari di contattare un giovane ufficiale come l’allora capitano Mori, avendo tra gli iscritti alla sua Loggia i capi del Sid, peraltro collegati ai due distinti indirizzi politici prevalenti in quel momento: Miceli, vicino alle posizioni di Aldo Moro, e Maletti a quelle di Giulio Andreotti”.
“Giraudo ha proceduto ad una monumentale raccolta di dati e documenti relativi alla mia storia personale e spiando dal buco della serratura è riuscito a prendere in esame anche aspetti relativi alla mia vita privata, ultronei quindi alla mia attività professionale, che di certo non mi mettono in imbarazzo, ma che invece umiliano lui nella sua qualità di ufficiale dell’Arma dei Carabinieri”. Lo ha detto il generale dei carabinieri Mari Mori, oggi durante le dichiarazioni spontanee nel processo sulla trattativa nel quale è imputato, replicando alle dichiarazioni del colonnello Massimo Giraudo, chiamato come testimone dalla Procura. “Ricordo a Massimo Giraudo – ha proseguito – che l’ufficiale di polizia giudiziaria dell’Arma esegue le direttive dell’ufficio della magistratura delegante e dopo la raccolta dei dati documentali può anche esprimere valutazioni su quanto acquisito, badando però che le sue considerazioni si appoggino a riscontri formalmente validi e senza omettere elementi che, anche per le proprie pregresse conoscenze, è in grado di potere segnalare ed eventualmente acquisire ai fini di una migliore comprensione dei fatti. Se così si fosse regolato, il Giraudo avrebbe evitato di esprimere valutazioni e fare deduzioni su documenti anonimi, su informazioni riferite de relato da fonti informative non più contattabili e su circostanze che non essendo dimostrate non potevano essere oggetto di sue personali interpretazioni”. “Nel suo operato – ha proseguito – egli ha cercato di attribuirmi, azioni, contatti e indirizzi ideologici in maniera del tutto surrettizia e quindi scorretta”. (ANSA)

