Forse l’ultima speranza è mettersi a scrivere subito dopo il rigore del clivense Pellissier che spalanca al Palermo la fornace ardente della serie B. L’altro pomeriggio, al ‘Barbera’ aveva funzionato: i giornalisti stavano già vergando il coccodrillo rosanero – chi avrebbe mai scommesso una moneta falsa sulla vittoria contro la Fiorentina –, per portarsi avanti col lavoro. Ed è stato in quel preciso momento che Alino Diamanti ha segnato, con una classe usurata, ma ancora capace di specchiarsi nel riflesso puro della bellezza. Sarà utile pure oggi lo stratagemma di cominciare il pezzo del dolore, con un occhio a una inaspettata e impossibile rinascita?
Dolore è la parola giusta. E poi umiliazione. E poi beffa. E poi tutto il vocabolario che l’anima esacerbata di tifosi che si sentono presi in giro potranno escogitare. E poi paura. Il fantasma del Natale rosanero passato è il sor Maurizio Zamparini che ha distrutto i sorrisi che egli stesso aveva iniettato nelle vene di una città delusa, desiderosa di ricongiungersi a un prodigio in forma di pallone. Il fantasma del Natale futuro è l’iper-sorridente Paul Baccaglini che, nella sua personalissima campagna elettorale, giura che tutto andrà a posto e che lui è qui per risollevare una pena, per riportare la dolcezza e la passione. Ma il presente appare incerto.
Più che la serie B pesano le incognite, mentre ciò che sarà è ancora nella mente della dea Eupalla, la patrona dei calciofili inventata dalla penna di Gianni Brera. Il Palermo che è stato quest’anno scava solchi di amarezza, ma il Palermo che potrebbe essere – in assenza di nozioni, in presenza di vaghi sussurri – approfondisce voragini di dubbi e perplessità.
Non una retrocessione, dunque, ma un’umiliazione. Sarebbe bastato un alito di buonsenso con qualche acquisto moderatamente azzeccato per salvare una delle serie A più scalcagnate di sempre. Sarebbe stato sufficiente comprare qualche giocatore di calcio da affiancare all’attuale volenterosa armata di fabbri ferrai della rimessa laterale. Eppure, non si è voluto nemmeno tentare. Perché? Ognuno ha la sua risposta, convinto che sia quella giusta, nel suo sentiero di disillusione. Una sola è la certezza: è stato assassinato il sogno più bello.
C’era una volta una città che aveva dimenticato la sua miseria. Non si fermava più sulla piaga della sua crisi, perché possedeva altre ali. Non si avviliva più sulla sua povertà, sulla sua sporcizia, sul suo sottosviluppo, sui suoi marciapiedi disconnessi, sulle sue anime mai connesse. Aveva un pallone per volare e andava bene così.
Aveva Luca Toni che agitava la mano all’orecchio dopo ogni gol. Aveva Giovannino Tedesco, simbolo di una tenace palermitanità al potere. Aveva Lamberto Zauli e le sue pennellate da Raffaello (Zauli e Toni che spettacolo a San Siro, contro l’Inter). Aveva Franco Brienza, capace di fulminare perfino il monumentale Buffon. Aveva Eugenio Corini, coraggio e garretti da Capitano. Aveva un profeta umile e serio come Francesco, ‘Ciccio’, Guidolin. Aveva i gemelli Filippini e le loro schitarrate. Aveva una visione che le gonfiava il petto: i bocconi agri e le sconfitte sarebbero stati riscattati dal calcio, grazie a un arcangelo polentone, di nome Maurizio Zamparini, che, negli anni della sua epoca d’oro, avrebbe potuto chiedere e ottenere le chiavi di Palazzo delle Aquile.
Ora, lo stesso popolo contempla il cadavere sportivo della propria spenta felicità. Con una sola notizia del disastro: quel sogno è stato assassinato. Perché? Perché chi poteva fare non ha fatto, anzi, ha assistito imperturbabile al tracollo? Perché si è operato in modo quasi da favorire la catastrofe calcistica? Perché le ragioni di un imprenditore, a un certo punto, si sono scollate dai trasalimenti di un’intera comunità, dopo avere marciato insieme in settimane che temiamo irripetibili?
Saranno domande oziose, ma rappresentano anche il promemoria di chi verrà, se mai verrà. Un sentimento che Palermo conosce e pratica benissimo è il cinismo della disillusione. Troppe volte si è incantata a guardare il cielo con la bocca aperta, troppe volte è ripiombata in basso, con un mucchietto di terra tra le mani. Chi si prenderà la responsabilità di ricostruire tutto sappia che dovrà imporre le mani su un cuore ferito. E provare a guarirlo.
Ciao Palermo dei nostri sogni e delle nostre lacrime. Finisci qui. Con un pareggio inutile – il sospiro finale vale appena per gli almanacchi – che non ha senso e che non salva niente. Neanche scrivere il coccodrillo in anticipo è servito.
Ciao, amatissimo Palermo dei nostri battiti e delle nostre braccia al cielo. Questa è una umiliazione che non sarà mai dimenticata, vada come vada, un finale tristissimo e solitario che cerchiamo di alleviare con una foto d’epoca, anche se le immagini di una contentezza trascorsa provocano più sofferenza.
Ed è una brutta domenica pomeriggio, come a scuola, di compiti per casa da fare, senza averne voglia. La tristezza che azzanna i sorrisi è il marchio malinconico dei pomeriggi domenicali. E chissà sei mai avremo altri sogni per sentirci vivi, come pure siamo stati, nelle giornate del nostro incanto.

