PALERMO – Non immaginava che lo avessero convocato per ammazzarlo. Lino Spatola scese di casa con un coniglio e una bottiglia di whisky per brindare. Era una trappola.
Il pentito Nino Pipitone conferma, parola per parola, la ricostruzione di Gaspare Pulizzi e ora tremano coloro che parteciparono al delitto e l’hanno finora fatta franca. Le parole di un solo pentito, infatti, non sono sufficienti per fare scattare le condanne.
Spatola, 72 anni, era un boss legato ai vecchi padrini di Cosa nostra. Rappresentava un ostacolo alla scalata al potere di Salvatore e Sandro Lo Piccolo. Era considerato troppo vicino al capomafia di Pagliarelli, Nino Rotolo, che in quegli anni voleva eliminare i Lo Piccolo. E scattò il piano di morte.
L’11 gennaio del 2006 Spatola uscì di casa convinto che lo avessero convocato per un summit di mafia. Non voleva presentarsi a mani vuote. Coniglio e whisky gli erano sembrati il giusto presente per i capimafia. A strangolarlo sarebbe stato il figlio Sandro. Fu Pulizzi a ricevere, invece, l’incarico di seppellire il cadavere nel fondo Pottino, a Villagrazia di Carini, dove furono ritrovati i resti di Spatola e di Giovanni Bonanno, un altro boss inghiottito dalla lupara bianca.
Spatola non sfuggì alla vendetta dei boss. Prima di lui un innocente perse la vita. Giuseppe D’Angelo fu crivellato di colpi mentre era seduto davanti a un negozio di Frutta e Verdura. Lo avevano scambiato per l’anziano capomafia.

