L'odissea del mio vaccino mancato (e riprenotato) - Live Sicilia

L’odissea del mio vaccino mancato (e riprenotato)

Un amico di LiveSicilia.it ci scrive, raccontando la sua esperienza alla Fiera.

Storia di un vaccino mancato……..

Arrivo alle 18, mezz’ora prima dell’ora X, come sottolineato nel frontespizio del primo foglio nel “gruzzolo” che mia moglie mi ha consegnato a casa, già compilato e stampato sul sito aspfieraetc (facile e molto snella la procedura, ha confidato a me ignorante del computer), dove c’è scritto tutto ma proprio tutto sulla mia anagrafe e la mia salute. E’ mio V-day, è il giorno del mio vaccino. Il posteggio alle falde del Pellegrino, proprio vicino all’inizio delle rampe per l’Acchianata in onore della Santuzza mi ha rimesso di buonumore (è inutile negarlo: mi reputo un illuminista guidato dalla ragione ma, un minimo di scanto c’è!).

C’è già confusione, ma munito del mio codice, paziente, chiedo al primo che vedo in pettorina gialla (che gran brava gente le persone della Protezione civile, passione e servizio per il prossimo a iosa e senza prezzo), il quale mi dice che ancora devono chiamare il turno delle 17.30 e che la fila è quella: il marciapiede di via Sadat, è una fila infinita, anzi più file, vari segmenti di orario rigorosamente in mascherina, divisi da qualche metro. Mi informo e m’intruppo nel mio gruppo “Si questo è quello delle sei e mezza….. Si accomodi…..”, mi dice un uomo che mi fa ombra (io sono sotto il metro e settanta ma lui sembra un pilone del rugby). Con lui faccio empatia, si presenta, ha un forno (panificio per noi a Palermo) dove ha lasciato la moglie e spera di farvi ritorno per la chiusura. Lui, che già ha accompagnato suo padre “che ha lo zucchero” (affetto da diabete), mi spiega come dovrebbe funzionare: ci chiameranno, gridando l’orario ma non si sa a quale orario, per varcare un primo cancello.

Poi un’altra fila per arrivare al padiglione alla fine della quale ci daranno un numero per poi entrare nell’area adibita alla verifica dei documenti e alla vaccinazione. Si parte e la distanza tra le file si assottiglia e nonostante il ritardo cospicuo, la gente è risoluta o rassegnata (fate voi): sta cosa s’avi a fari! Nelle more mi sono ambientato oltre che con Pilone u’ furnaru, ho allacciato rapporti con una signora bionda e rubiconda che fa la professoressa e con un signore sulla sessantina distinto in giacca a quadretti e munito di borsello (mi pareva papà Gaspare ad inizio anni 80): e cosi all’interno della fila si creano gruppi, si scambiano opinioni, si raccontano fatti da volti anonimi coperti da più mascherine in molti casi, la voce arriva filtrata ma chiara, ci si tiene a distanza (o quantomeno si cerca di starci…..), ma c’è una bella sensazione, di vicinanza, di comunità. C’è pure un giovane, si chiama Enzo (sono tutti nomi di fantasia) e mi chiama Zio….. E’ sempre al cellulare. La questione, capiamo, è delicata, con la zita e sulle prime facciamo finta di niente; è lui che ci confida la gelosia di Giada, che lo ha “incocciato” (colto sul fatto di insidiare altre ragazze) qualche volta e che non crede sia in Fiera: “Vi posso fotografare accussì ci nni’ mannu n’avutra!”.

Ore 19,45 circa, chiamano noi quelli delle delle sei e mezza. Si apre la transenna, e previo controllo dell’orario sul foglio, a dosi contingentate di venti unità ci avviano verso i gazebo prima del padiglione venti. C’è calca, ma con ordine, confusione ma non ressa: le persone sono disposte al sacrificio, vogliono questo passaggio, il vaccino, e per la grandissima maggioranza si adeguano alle indicazioni con grande disponibilità.

Voltiamo l’angolo e qui un’altra distanza da percorre: ultimi di una fila fatta da oltre una mezza dozzina di gazebo, di lato qualche panca. Ogni dieci minuti si fa qualche metro, l’attesa si preannuncia lunga. Chiediamo lumi all’uomo in pettorina gialla che fa la spola con gli anziani dal bagno lì in fondo (qualche bagno chimico in più vicino ai gazebo si potrebbe mettere……). “Dopo i problemi che ci sono dati all’inizio, la situazione nelle ultime settimane era migliorata. Oggi il caos. Forse hanno inserito più categorie, senza prenotazione, seconda dose, fascia d’età più bassa. State tranquilli ma c’è da aspettare….”.

“Eh ma quantu?” borbotta Enzo in un ritaglio di libertà dal cellulare. Stona vedere gli anziani accasciati nelle panche da picnic sparse qua e la; stona non vedere sedie con schienali a disposizione; stona non mettere dei piccoli punto di ristoro con acqua per i più cagionevoli; stona che le persone meno giovani debbano cercare o essere accompagnate ai bagni e ai servizi messi a distanze ragguardevoli; stona verificare come c’è sempre qualcuno che fa il furbo, che vuole saltare la fila, o imbucarsi, e che, quando viene richiamato dai più che sono per le regole, fa come se niente fosse per poi sparire quando vede la divisa di carabinieri e polizia. Anche la fila e l’attesa stonano, ma su quest’aspetto sembra oramai esserci stata metabolizzazione, ci si passa sopra, non se ne parla più: è un dazio eventuale. che si è decisi e disposti a pagare. Sta facendo buio e fermiamo un’altra persona che risale la marea chiedendogli su tempi e accadimenti dentro il ventre grigio del padiglione venti: “Ero del turno delle quattro e mezza, dentro c’è folla ma si perde meno tempo delle file. Buona serata”.

Se lui era del turno che riferisce l’exit poll per avere il vaccino sfiora le quattro ore. Comincio a chiedermi se sono disposto ad aspettare. ”Ma oramai sei qui Vitù……” mi pare di sentire la voce di mia madre (si mi chiama Vitù o Vituccio da sempre, tra le ilarità di mio fratello e delle mie sorelle, che mi additano come il figlio grande e preferito…..). Dico al gruppo che mi sto spostando da sotto il gazebo per prendere un po’ d’aria, i miei compagni acconsentono da dietro dietro le mascherine e con gli occhi mi accompagnano quasi invitandomi a non allontanarmi molto. Qua dietro c’era un posto tanti anni fa dove i miei ci portavano a mangiare i raviolini alla bolognese, ogni anno quasi in questo periodo a maggio, c’era la FIERA e io e mio fratello quasi cominciavamo un mese prima a godere dell’attesa per un appuntamento immancabile fatto di giostre, cibarie, assicutate e giochi che più strambi non si poteva e che solo alla Fiera trovavi. Ora quel luogo di baldoria e diletto è destinato ad altra funzione, benefica e nobile senza dubbio ma che mi fa riflettere e pensare. Il tempo è inesorabile e scorre con i suoi risvolti imprevedibili.

“Senta, si rimetta in fila, stanno camminando!”, uno degli operatori della Protezione civile mi tuppulia nella spalla e vede che mi sono come svegliato da un torpore. “Mi scusi, sì, ha ragione…. Ma se io volessi tornare domani o cambiare la prenotazione. Lo posso fare?”. le parole mi escono dalla bocca di getto, quasi involontariamente, e il tizio è preso dalla botta, stupito. “Sì lo può fare dalla mail che le è arrivata, da gestisci prenotazione. Ma oramai lei è qua…..”. Se ne va lasciandomi, mi riavvicino alla fila ma oramai il tarlo dell’abbandono ha preso il sopravvento: mi sento rattristito, non ho più il mood giusto come direbbe un mio collega. Il gruppo mi riaccoglie felice: “Abbiamo fatto una decina di metri in venti minuti….a viu laria…Ho chiamato mia moglie al forno….. Chiui idda….”. Cominciano una serie di telefonate con la mia consorte alla quale chiedo di attivarsi per spostarmi l’appuntamento.

Poco dopo ho la conferma dell’avvenuta cancellazione della prenotazione e del nuovo appuntamento. Chiudo e torno verso il gruppo che reagisce in modo accorato alla notizia che sto andando via, è come se stessero perdendo uno di famiglia, un equipaggio che perde un elemento in piena navigazione, quando in balia delle onde ognuno deve fare la sua parte: gli inviti a rimanere si sprecano e un po’ mi pento, mi sento più piccolo di quanto sono.” Ti manciasti u sceccu e ti cunfunni pa cura”, sbotta Pilone. Ma oramai il dado è tratto. Ci si saluta a distanza affettuosa e con qualcuno ci si scambia pure il numero di cellulare. Si avvicina Enzo e mi dice: “Zio prima di irisinni (andare via) me lo fa un vocale per Giada che sono qui?”. Lo guardo e quasi mi commuovo e mi presto senza se o ma subito al telefonino che ho davanti: Lui pigia e dopo il bip sentenzio: “Signorina mi chiamo Vito, il suo Enzo è qui con me in Fiera per il vaccino sono quasi le nove di venerdì ventinove aprile, se son rose fioriranno. Vi auguro un mondo di bene.”. Saluto, mi volto e me ne vado. Non mi giro più, mi vergogno se qualcuno dovesse accorgersi che sto piangendo.

La replica del commissario Costa (leggi)

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