Io c’ero, come tanti altri spettatori. Giampiero Galeazzi mi passò accanto per approdare alla cabina della telecronaca. Si impigliò nel sedile. Si sentì ‘straaaap’. Mi guardò inquieto e pronunciò una frase storica: “Me se so rotti li carzoni?”. Poi salì. Anni Novanta, anni della meglio gioventù. Coppa Davis a Palermo. Italia-Usa e non ci fu gara. Eravamo seduti, nella posa innaturale dei tifosi di calcio chiamati a rimanere compunti per la partita di tennis. E lo vedemmo arrivare. Lui, il mito. Preceduto da ‘Bisteccone’, da ‘Vai fratelloni Abbagnale’. E c’era, nell’immaginario, il barone Liedholm che a Genova aveva salvato dalla felicità dei tifosi per lo scudetto della Roma. E c’era tutto con lui.
Dopo lo ‘straaap’, Giampiero Galeazzi proseguì fino alla sua postazione, si inerpicò con una agilità insospettabile, ma era pur sempre stato un grande sportivo, e si accomodò. Di lì a poco arrivarono a destinazione due teglie di arancine mignon, pizzette, pezzi di rosticceria. Sempre se la memoria non inganna, ma il profumo è rimasto vivido. Scrupolosi messaggeri le posarono e se ne andarono. Mangiare tanto – chi scrive ne sa qualcosa – farà sicuramente male alla salute, tuttavia è un modo genuino per esprimere la gioia della vita. L’esistenza va consumata calda, altrimenti non c’è gusto.
Addio, mito. Sei stato un mostro di bravura, di talento e di precisione tecnica. E ci hai insegnato che le storie si possono raccontare con l’emozione del coinvolgimento, senza abdicare alla cronaca, perché eri un caposcuola. Ma perdonerai se, adesso, nel ricordarti, oltre a tutto il resto che è monumentale, la memoria trae dal cappello una frase soltanto: “Me se so rotti li carzoni?”. Perché la circostanza che ci fa davvero amare i miti è questa: in fondo, sono uomini come tutti noi. Purtroppo muoiono, come tutti noi. E restano per sempre.

