Possiamo non dirci mafiosi?

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Speciale omertà
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2 min di lettura

Possiamo non dirci mafiosi? Non incaprettiamo (almeno noi), non vessiamo, non premiamo telecomandi di stragi. Basta? Per la mafia, a contrario, forse funziona come per la fede cattolica. L’omissione dell’orribile non è sufficiente se non c’è attività positiva di fede e di umana solidarietà. Nessuno è un buon cristiano solo perché resta chiuso nella quiete della sua casa. Possiamo non dirci mafiosi anche quando rifuggiamo la violenza, per essere soltanto ingranaggi consapevoli di un meccanismo storto, passivi tifosi delle forze del bene, con un occhio apprensivo alle squadracce del male, visto che in fondo, non si sa mai? Nella lotta che si combatte tra mafia e antimafia (nella sua accezione verace di impegno e studio: le chiacchiere e i distintivi stanno a zero) siamo soprattutto spettatori. Tapparelle chiuse mentre sul corso della nostra storia si sparge il sangue una guerra antica. Il nostro peccato mortale si chiama ignavia. Il nostro errore irreparabile ha il viso delle tre scimmiette che non videro, non sentirono e non parlarono. E’ l’omertà.

E non c’è bisogno di risultare sfuggenti al limite del surrealismo come gli abitanti della Kalsa intervistati dai nostri cronisti. Non sanno chi sia lo Scintilluni. Mai qualcuno li informò che quella, proprio quella, è la zona di competenza di Nino “il bello” e della famiglia Abbate. Alle domande di Gianluca Ferrari e Martina Miliani i Kalsarioti doc hanno opposto l’innocenza dello stupore, replicando l’eguale sgomento del panellaro di Sciascia, con la sua battuta immortale: perché, hanno sparato? Ed è identica la scena al Borgo, al Cep, allo Zen, quando chiedi informazioni a placidi padri di famiglia seduti sulla soglia di casa che, appunto, rispondono: “Mi spiace, non sono di qua”, a dispetto di tappine, canottiera e semenza residenziale.

Ma noi non siamo diversi. Nutriamo talvolta la tentazione di mettere in gabbia i siciliani che non ci piacciono, quando indossiamo il caschetto coloniale dell’antimafia all’acqua di rose. Invece, dovremmo avere l’onestà di imprigionare noi stessi. Noi che sappiamo tutto di Falcone e Borsellino. Noi che – da istruiti e liberi – coltiviamo una rete di favori e replichiamo i nostri traffici di silenzio e di omissione. Noi, arcangeli di una terra luminosa di diplomati, professionisti e laureati,  che abbiamo il cuore di pietra e il cervello come una cassa di supermercato. Monetizziamo tutto e tutto ci lascia indifferente, se non si traduce un guadagno e in perdita. L’omicido senza colpevoli di Enzo Fragalà è una lacerazione insanabile. Tuttavia, non ce n’è uno, familiari a parte, che si addolori e porti il lutto per la scottatura sulla carne viva di una comunità intera. La verità non ci interessa. La sua assenza non ci tormenta. Dallo Zen al Politeama vige il primo comandamento palermitano. Pensiamo ai vivi, perché i morti sono morti. Ma un popolo che si lascia scivolare la memoria addosso, è un popolo senza dignità.

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