PALERMO – La sua è una conferma seppure indiretta. Onofrio Lipari non nega, dunque di fatto lo ammette, di essere un mafioso. Mafioso sì, assassino no.
L’imputato per l’omicidio di Giuseppe Di Giacomo contesta l’accusa di avere premuto il grilletto per assassinare, nel 2014, il boss di Palermo centro per le strade della Zisa. Viene processato davanti alla Corte d’Assise di Palermo e si sottopone all’esame del pubblico ministero.
Fa parte di Cosa Nostra? La domanda è diretta, Lipari risponde: “Non è che ero un bravo ragazzo, uno studente universitario. Non posso dire una bugia, ma io questo reato (l’omicidio ndr) non l’ho fatto”. In un altro passaggio, rispondendo alle domande del presidente Vincenzo Terranova, il boss (che lo sia è stato sancito da una sentenza definitiva ndr) spiega che non prendeva ordini dalla vittima Giuseppe Di Giacomo perché “eravamo uguali, io ho una condanna per essere stato capo e promotore”.
È la tesi che Lipari ha sostenuto sin dal primo momento. Mai avrebbe assassinato Di Giacomo che considerava un suo secondo padre anche perché il padre naturale ha passato una fetta della sua vita in carcere.
I pubblici ministeri rileggono le intercettazioni di Marcello Di Giacomo che durante un colloquio con il fratello ergastolano Giovanni puntava il dito contro Lipari. Avevano pronto un piano, ma un blitz fermò la vendetta. Perché i fratelli Di Giacomo avrebbero dovuto accusarlo se davvero è innocente? Lipari ha una spiegazione. Definisce Marcello di Giacomo “un personaggio strano di testa”, tanto che la stessa vittima aveva deciso di “non farlo immischiare, doveva rimanere fuori da tutte le cose”. “Cose” di mafia.
Sempre Marcello Di Giacomo individuò nella gestione del “pannello” delle scommesse clandestine la causa scatenante del conflitto. Lipari avrebbe voluto togliere la gestione alla vittima per poi vendere il panello a qualcuno altro.
Lipari prima spiega come funziona la raccolta abusiva delle scommesse (“il pannello si porta nelle agenzie che pagano una percentuale sulle puntate”), poi taglia corto: “Il pannello non è che è suo (di Di Giacomo ndr) e poi mica si paga” dice.
Secondo un’ipotesi, mai giunta in dibattimento perché non riscontrata, sarebbe stato il capomafia di Porta Nuova, Tommaso Lo Presti, soprannominato il pacchione, a ordinare l’omicidio per i forti contrasti avuti con Di Giacomo.
Tommaso Lo Presti è mafioso? “Non lo so, io rispondo di me”. Di Giacomo aveva avuto contrasti “mafiosi”? “No, anche perché Tommaso Lo Presti è uscito a novembre e noi ad aprile siamo stati arrestati. Sono da due anni e mezzo in carcere da innocente e voi lo sapete bene”. La Procura la pensa in maniera diversa.

