PALERMO – “Proiezioni mafiose nella pubblica amministrazione”, le definiscono gli investigatori che indagano su mafia e corruzione. Finora sono quattro gli appalti banditi dalla Regione siciliana in cui è emersa l’ingerenza dell’imprenditore Carmelo Vetro, condannato per avere fatto parte di Cosa Nostra: il dragaggio del porticciolo di Marinella di Selinunte, la sistemazione delle spiagge di Scicli, Donnalucata e Terrasini.
In tutti ha avuto un ruolo il dirigente regionale Giancarlo Teresi, arrestato assieme a Vetro. Arrestato nel 2020, sotto processo per corruzione, è rimasto sempre al suo posto. Adesso il procuratore aggiunto Vito Di Giorgio e i sostituti Gianluca De Leo, Maria Pia Ticino e Bruno Brucoli scandagliano le altre commesse pubbliche in cui ha rivestito un ruolo amministrativo. A tracciare il futuro percorso investigativo sono le parole dei pubblici ministeri di Palermo. L’atto di accusa nei confronti di Vetro e Teresi è “solo una parte di una complessa indagine”.
Terrasini, Menfi, Balestrate, Castellammare del Golfo, Lipari, Filicudi, Vulcano sono alcuni dei luoghi dove Teresi è stato responsabile unico del procedimento in occasione di appalti pubblici. In quali altri lavori il dirigente ha “raccomandato” Vetro, contando sulla sua successiva generosità?
Vetro è uno che come muoversi. Coltiva le relazioni costruite negli anni con altri mafiosi, sfrutta le conoscenze massoniche e arriva alla politica. È lui stesso a raccontarlo senza sapere di essere intercettato dagli investigatori della Sisco di Palermo, della Squadra mobile e della Dia di Trapani. Ne hanno goduto anche persone a lui vicine: “Mio cugino… aveva un pezzo di auto che la spingeva per metterla in moto… gli ho dato l’impresa… l’ho fatto entrare in Massoneria… gli ho fatto conoscere la politica… gli ho ceduto il cinquanta per cento della mia società…”. Il riferimento sarebbe ad un’impresa di costruzioni su si estenderanno le indagini.
Un mafioso moderno che, però, sa quanto conti restare fedeli al passato. Come nel caso dei rapporti con Giovanni Filardo, cugino di Matteo Messina Denaro, altro prototipo dell’imprenditore mafioso, a cui ha affidato il subappalto a Selinunte per trasportare la posidonia ammassata nel porticciolo.
Filardo mostrava rispetto nei confronti di Vetro, cresciuto nella scuola del padre Giuseppe, morto da ergastolano nel 2008. Loro sì che si proclamavano difensori della tradizione mafiosa, non come “questi signori infami che vanno avanti” e che Filardo disprezzava.
In un’altra conversazione con il cognato Antonio Lombardo, titolare della An.Sa Ambiente, l’impresa al centro delle indagini, Vetro si scagliava contro un altro imprenditore che si era aggiudicato una commessa pubblica.
Gli aveva mancato di rispetto: “Gentaglia”, diceva Vetro. E mentre parlava faceva riferimenti a chi, invece, meritava tutta la sua stima come i Pipitone e i Gallina di Carini: “All’antica come noi sono”. Altri cognomi di peso, altri contatti su cui indagare. Niente a che vedere con le persone che ai tempi di suo padre si erano tirate indietro quando “c’è da andare ad ammazzare i cristiani”. Mafia e appalti: su questo intreccio indaga la Procura di Palermo guidata da Maurizio de Lucia che sta già sviluppando il filone che coinvolge il manager della sanità Salvatore Iacolino.
Iacolino avrebbe siglato un patto con il boss di Favara. Venerdì sarà interrogato.

