Palermo, tangenti a Candela tra dubbi e possibile prescrizione

Sanità, tangenti al manager Candela: i dubbi e la possibile prescrizione

Candela
Depositate le motivazioni

PALERMO – Le tangenti pagate ad Antonio Candela (che ha sempre negato di averle ricevute) avevano l’obiettivo di fargli compiere atti contrari ai doveri di ufficio oppure per asservire la sua funzione?

Fu una delle inchieste simbolo del malaffare in corsia, denominata “Sorella sanità” dal soprannome di Fabio Damiani, che il giorno dell’arresto nel 2020 era responsabile della Centrale unica di committenza per gli appalti della Regione siciliana. Un giro di mazzette svelato dalle indagini dei carabinieri coordinate dal procuratore aggiunto Sergio Demontis. Sono nati ulteriori filoni investigativi, alcuni dei quali recentissimi come l’arresto di Antonio Maria Sciacchitano.

Fu arrestato anche Antonio Candela, allora da poco nominato commissario per l’emergenza Covid dal governo Musumeci, dopo avere guidato l’Asp di Palermo. Un arresto che fece scalpore, viste le battaglie di legalità condotte da Candela.

Per Candela spiraglio prescrizione

La Cassazione ha depositato le motivazione con cui ha annullato con rinvio una parte della sentenza di condanna. Servirà un nuovo processo di secondo grado. I rilievi dei supremi giudici potrebbero portare alla prescrizione per Candela. Il conteggio non è facile, dipende da diversi fattori, ma dovrebbe intervenire nel 2027. Entro quella data dovranno essere ultimati il nuovo processo di secondo grado e quello in Cassazione.

Le accuse ad Antonio Candela

L’accusa rivolta al manager è che avesse traccheggiato per fare transitare un appalto milionario dall’Asp sotto l’ala della Cuc di Damiani. Nel passaggio ci avrebbe guadagnato il faccendiere Giuseppe Taibbi della Tecnologie Sanitaria spa che avrebbe pagato tangenti per 30 mila euro a Candela. L’iter era partito con una nota del 2018 firmata da Candela e Damiani.

La nota non è un atto contrario ai doveri d’ufficio

La Cassazione spiega ora che il documento non è un atto contrario ai doveri d’ufficio. Delle due l’una: o la Corte di appello individua un altro atto commesso dall’ex manager dell’Asp di Palermo oppure deve valutare “se, piuttosto, siano ravvisabili gli elementi costitutivi del reato di corruzione impropria”.

Il passaggio da propria a impropria (il pubblico ufficiale per l’esercizio delle sue funzioni o poteri, riceve indebitamente denaro o altra utilità o ne accetta la promessa) è una questione decisiva: comporta una pena meno pesante e si abbassa il tetto della prescrizione.

Una ipotesi è caduta per sempre

La Corte di Cassazione ha depositato le motivazioni con cui lo scorso maggio Candela (condannato in appello a sette anni e quattro mesi) ha annullato senza rinvio – dunque è stato assolto in maniera definitiva – il reato di induzione indebita a dare o promettere utilità e ha invece stabilito che si deve celebrare un nuovo processo in appello per la corruzione.

Nella nota Candela e Damiani certificavano la convenienza dell’adesione alla procedura appaltata dalla Cuc per la fornitura del servizio di manutenzione delle apparecchiature elettromedicali (valore: 17 milioni di euro).

Candela non minacciò Damiani

È definitivamente caduta l’accusa che Damiani avesse firmato perché costretto da Candela che lo minacciava di danneggiare la sua carriera. Secondo la Cassazione, in realtà, fu una sua “autonoma determinazione”. Candela aveva perso il suo incarico all’Asp, mentre Damiani era già certo della nomina a direttore dell’Asp di Trapani. Da qui l’assoluzione senza rinvio di Candela. I suoi avvocati Giuseppe Seminara e Salvino Mondello hanno sempre sostenuto che grazie a Candela la pubblica amministrazione risparmiò milioni di euro.

Valutazione sbagliata

La Cassazione ha stabilito che la nota dell’Asp del 2018 “non può considerarsi un atto contrario ai doveri dell’ufficio in quanto priva di contenuto decisorio o dispositivo, risolvendosi nella richiesta dell’Asp di essere ricompresa nel novero degli enti sanitari convenzionati con le Aziende vincitrici del bando di gara indetto dalla Centrale Unica di Committenza della Regione Sicilia.”

Ed ancora: “La Corte di appello non ha neppure tenuto conto che emergeva dagli atti, come dedotto dalla difesa, che l’Assessorato all’Economia della Regione Sicilia aveva informato tutti gli interessati che occorreva, a tale fine, annullare la gara, emettere un nuovo decreto di autorizzazione alla migrazione e disporre una variante”.

In ogni caso, “l’operato del Candela, volto a propiziare la migrazione dell’appalto (decisione, peraltro, che non sarebbe comunque dipesa dall’Ufficio del Direttore Generale, cui lo stesso era preposto, ma da altri uffici regionali all’uopo competenti), si collocava nell’ambito di attuazione di una prescrizione generale dettata dall’ Anac e dalla Corte dei Conti in materia di approvvigionamento di beni, forniture e servizi da parte della pubblica amministrazione, ivi compresi gli enti locali e quelli operanti nel settore sanitario”.

Sulle tangenti “motivazione congrua e logica”

Sulle tangenti pagate da Taibbi a Candela, che le ha sempre negate, la Cassazione scrive che “la Corte di appello, con motivazione congrua e logica, ha osservato: che gli elementi evidenziati nell’informativa conclusiva della Guardia di Finanza indicavano analiticamente data e ora di ciascun incontro, e che emergeva una palese corrispondenza temporale tra i bonifici, il prelievo in contanti (anche attraverso un parente di Taibbi) e i successivi incontri tra il Taibbi ed il Candela“.

Incontri “alcuni a casa del pubblico funzionario e altri presso lo stabilimento Motomar, luogo isolato e già in precedenza utilizzato dagli imputati per incontri riservati), di pochi minuti (e quindi compatibili con la mera consegna degli importi). Ed invero, in detta informativa si dava, altresi, atto della molteplicità di prelievi ravvicinati da parte di Taibbi, tutti seguiti da incontri o contatti con il Candela”.

Per Damiani c’è stato un parziale annullamento, ma altre ipotesi di corruzione sono diventate definitive. Stesso ragionamento per il faccendiere Salvatore Mangarano, Roberto Satta, ex responsabile operativo della Tecnologie Sanitarie spa, Francesco Zanzi, allora amministratore delegato della stessa società. Serve un nuovo processo per stabilire l’età della pena.

Definitiva la condanna per Salvatore Navarra, ex presidente del consiglio di amministrazione di Pfe spa. Ha avuto 5 anni e 10 mesi e nel nuovo processo di appello dovranno essere valutate la continuazione dei reati e le eventuali aggravanti.

Pfe è un nome tornato di recente alla ribalta nell’inchiesta sull’appalto bandito dall’Asp di Siracusa che ha coinvolto anche Totò Cuffaro. Dalle carte dell’inchiesta, e il Gip lo ha rimarcato, emergerebbe una sorta di turbativa nella turbativa: all’Asp di Siracusa qualcuno avrebbe spinto per favorire Pfe.

L’unico assolto nel corso dei processi per non avere commesso il fatto è stato Angelo Montisanti, responsabile operativo per la Sicilia della società Siram, difeso dagli avvocati Marcello Montalbano e Claudio Livecchi.


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